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Leggi sulla "propaganda gay", la Russia incoraggiò la discriminazione

La Corte europea dei diritti umani (Echr) ha stabilito oggi che la legislazione russa che vieta la cosiddetta “propaganda gay” incoraggia l’omofobia e la discriminazione.

A fare ricorso presso la corte, tre attivisti russi; al centro delle contestazioni i provvedimenti che, introdotti a livello regionale nel 2003 e nel 2006 e poi a livello federale nel 2013, sanciscono il divieto della cosiddetta “propaganda omosessuale”. Secondo gli attivisti, di fatto una proibizione piena di ogni possibilità pubblica di menzionare l‘omosessualità. Inoltre, spiega la Corte, nel 2013 si rimarcava, più nettamente, il divieto della promozione delle “relazioni non tradizionali tra i minori” al fine di non creare una immagine distorta di una equivalenza tra relazioni sessuali tradizionali e non.

Per protesta, i tre attivisti hanno compiuto dimostrazioni pubbliche, tra il 2009 e il 2012, e sono stati sanzionati a livello amministrativo e multati. Si sono appellati ma senza successo. Perso anche il ricorso a livello costituzionale in patria, si sono appellati alla Corte Europea dei diritti umani.

Secondo la Corte europea, la pretesa del governo russo di regolare il dibattimento pubblico su questi temi per proteggere la morale è infondata, tanto più con la giustificazione del pubblico interesse da tutelare. Il governo infatti ha fallito nello spiegare il nesso tra libertà di espressione sui temi Lgbt e danni alle famiglie tradizionali.  Inoltre, ogni approvazione a politiche di questo tipo significa dare adito a un preconcetto vantaggioso per una maggioranza (gli etero) contro una minoranza.

La Corte stigmatizza anche la tendenza russa ad andare contro un consenso ormai generale sul diritto degli individui a riconoscersi come omosessuali in piena libertà. Impossibile, poi, per il governo provare anche in che modo sia possibile convertire l’orientamento sessuale dei minori (cosa infondata anche a livello scientifico): nel caso specifico, poi, gli attivisti avevano protestato dinanzi a scuole e librerie, ma senza entrare in contatto con i minori o facendo riferimenti espliciti o aggressivi a questioni sessuali.

Adottando certi provvedimenti le autorità hanno solo contribuito a rafforzare pregiudizi e omofobia, valori incompatibili con quelli di una società democratica. Violazioni quindi sono state fatte dalle autorità russe sia sull’articolo 10, per la libertà di parola, sia per l’articolo 14 per la proibizione della discriminazione, stabiliti dalla Convenzione europea dei diritti umani. Per gli attivisti che hanno fatto ricorso anche un rimborso pecunario. La soluzione, presa da una Camera costituita da sette giudici, è appellabile.