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La Russia celebra i 75 anni della battaglia di Stalingrado

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La Russia celebra oggi il 75esimo anniversario della battaglia di Stalingrado: una carneficina durata sei mesi che segnò l'inizio della disfatta della Germania nazista nella Seconda guerra mondiale.

A Volgograd - l'attuale nome di quella che una volta era Stalingrado - la ricorrenza è stata commemorata con una solenne parata militare: dinanzi a una folla di 30'000 spettatori hanno sfilato 1'400 tra soldati e ufficiali, 75 mezzi bellici, tra cui anche i leggendari carri armati T-34 sovietici dei tempi della guerra, i moderni sistemi missilistici Iskander e i sistemi antiaerei S-400. Sui cieli della città sul Volga hanno inoltre sfrecciato elicotteri e caccia.

Anche Vladimir Putin ha reso omaggio ai caduti di quella che è stata una delle più sanguinose battaglie della storia con circa due milioni di vittime tra morti, feriti e dispersi. Il presidente russo è andato a Volgograd e ha visitato il complesso monumentale di Mamayev Kurgan, che sovrasta la città ed è dominato dall'enorme statua di una donna che brandisce una spada e incita a combattere: la Statua della Madre Russia. Putin ha deposto una corona di fiori dinanzi alla Fiamma eterna e ha osservato un minuto di silenzio in memoria dei soldati sovietici uccisi a Stalingrado. Poi ha visitato la tomba del generale Vasily Chuikov, il comandante della 62esima Armata sovietica, che svolse un ruolo decisivo nella difesa di Stalingrado.

La trasferta nel sud della Russia non potrà che servire a Putin in vista delle elezioni del 18 marzo. La vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale è tra gli eventi più celebrati e di cui i russi vanno più fieri, al punto che il 46% di loro prova ancora "rispetto, simpatia e ammirazione" per il sanguinario Stalin - responsabile della morte di milioni di innocenti - perché lo considerano colui che sconfisse la Germania nazista.

La battaglia di Stalingrado durò dall'agosto del 1942 al 2 febbraio 1943, giorno in cui la Sesta Armata tedesca si arrese, 48 ore dopo la cattura del suo comandante, Friedrich Paulus. L'obiettivo della Wehrmacht era quello di catturare la città per poi impossessarsi dei giacimenti di petrolio del Caucaso: risorsa fondamentale per continuare la guerra. A metà novembre del 1942, la maggior parte di Stalingrado era nelle mani dei tedeschi, ma i sovietici lanciarono una manovra a tenaglia per circondare le truppe nemiche, e a fine novembre avevano già raggiunto il loro scopo chiudendo in una morsa quasi 300 mila soldati tedeschi. Si combatté per sei mesi casa per casa, e sia Hitler sia Stalin ordinarono alle loro truppe di non retrocedere di un passo. Era infatti enorme il valore che i due dittatori davano a questa battaglia. Un valore anche simbolico, dettato dal fatto che si lottava per la città che portava il nome del leader sovietico.

A uccidere i tedeschi non furono solo i combattimenti, ma anche il freddo e la fame. Gli aerei della Luftwaffe non riuscirono infatti a lanciare rifornimenti sufficienti per le centinaia di migliaia di soldati accerchiati.

A Stalingrado morirono oltre 700 mila persone. Circa mezzo milione erano sovietici. E tra loro molti civili. Stalin si rifiutò infatti di far evacuare la città e circa 40 mila persone inermi caddero sotto le bombe tedesche nei primi giorni di combattimento. Dei 75 mila civili che sopravvissero ai raid, molti furono poi uccisi dall'ipotermia o dalla fame. I morti tra i tedeschi furono invece tra 150 e 250 mila. Ma dei 100 mila che si arresero all'Armata Rossa, solo 6'000 tornarono a casa. Tra loro c'era il feldmaresciallo Paulus.