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Russia. Non sono i comunisti che mangiano i bambini

BERLINO - La gran parte delle persone fermate durante la manifestazione di domenica scorsa, organizzata a Mosca dall'oppositore russo Aleksej Navalny, appartiene alla «Generazione Putin» nata intorno al Duemila, la quale non ha vissuto un istante di Unione Sovietica, e non ha conosciuto altro presidente che Vladimir Vladimirovich Putin. Sono troppo giovani per ricordare i «terribili Anni 90» di Eltsin, ma in grado di assimilare in fretta la retorica ufficiale secondo la quale, Putin avrebbe «salvato il Paese».

Infatti fino all’altro ieri - nei sondaggi - erano quasi tutti fan del presidente. Non lo sono più, da quando è balzata a loro evidente la mancanza di prospettive. «Mentre voi rubavate, noi crescevamo!», scandivano durante la manifestazione di domenica scorsa, riferendosi a Putin e Medvedev.

Accade anche in Russia dove oramai è diventato il sistema di vita lo spontaneismo ultraliberista il quale, facendo leva sull’immaginario incoraggia la corsa al materiale con uno slogan di facile presa: più tecnica, più benessere. E’ un invito al quale è difficile sfuggire, sebbene esso non riesca a dare un senso alla vita e alla morte, poiché il valore della persona non può misurarsi soltanto sui riferimenti quantitativi come possono essere il denaro e il potere.

In Russia, come in Occidente del resto, uno dei messaggi più diffusi sottolinea l’inutilità di fare affidamento sull’esperienza del passato e l’incapacità di poter prevedere le linee guida del futuro, il principio stesso di autorità (intesa come stima, autorevolezza derivante da superiorità morale, intellettuale, da competenza, dalla tradizione) si deteriora. Invece si rafforza il principio della “contrattualità”, poiché la logica del profitto genera una società puramente commerciale dove, come ha scritto Pierre Leroux, «gli uomini non associati non sono soltanto estranei tra loro, ma necessariamente rivali e nemici».

La formula è semplice e - ripeto - universalmente collaudata: si creano di continuo nuovi bisogni; si moltiplicano gli stimoli di distrazione e di divertimento; si propaganda l’idea che non esista felicità se non nel consumo; si inventano proposte commerciali sempre più coinvolgenti. Beninteso, non soltanto in Russia. Il paradosso è che quella società sognata socialista per quasi un secolo dai soviet, si è uniformata in pochi lustri al modello americano del "villaggio generale".

E’ il trionfo di una cultura impostata sulla dittatura dell’economia, sul fanatismo del mercato e sul primato dei valori mercantili. Che tiene in scarso conto l’etica, che ha abolito le distanze e il tempo, ma dove la logica del profitto destrutturando il legame sociale, crea stress mentali che si preferisce non analizzare. Sicuramente in Russia è una delle ragioni del perdurare di una crisi demografica drammatica che ha visto la popolazione del Paese diminuire di sette milioni nel corso di un ventennio: dai 149 milioni del 1991 ai 142 odierni, con previsioni per il 2025 di soli 125 milioni. Dopotutto non si può nemmeno sostenere che la colpa è dei comunisti che mangiano i bambini.