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Giulio Sapelli: «Il mondo è impazzito, meno male che c’è la Russia di Putin»

Parla lo storico dell’economia, in uscita con un nuovo pamphlet dedicato a Trump e alla rivoluzione generale degli ultimi dodici mesi:«Trump è la prova che l’economia non conta nulla. L’Italia e l’Europa? Possono salvarsi solo se ricostruiscono Medio Oriente e Nord Africa»

«Rischia di capitarci quel che successe a Kissinger in Portogallo. Gli chiesi come avessero potuto permettere la rivoluzione portoghese. Avevate le basi alle Azzorre Lui mi rispose: “Ha ragione, è che ce ne siamo dimenticati. Quando ci siamo accorti di quel che stava succedendo era troppo tardi. Non rimaneva che dare i soldi ai socialisti portoghesi, per cercare di salvare il salvabile”». Caustico e cinico come sempre, Giulio Sapelli, ha appena dato alle stampe il suo nuovo pamphlet “Un nuovo mondo. La rivoluzione di Trump e i suoi effetti globali” (Guerini e Associati), in cui lo storico dell’economia prova a interpretare il rapido cambiamento degli equilibri di potenza negli assetti geopolitici globali. Diciamo che ci prova perché è dura trovare un ordine, quando, come scrive Sapelli, “la follia si è impadronita del mondo”. Figurarsi accorgersi di ciò che accade, prima che accada.

Per l’appunto, professore: da dove si può cominciare per descrivere un mondo impazzito?
Da una domanda: perché quando è caduto il muro di Berlino ed è crollata l’Unione Sovietica non c’è stata una nuova pace di Westfalia, o un nuovo patto di Versailles? Come mai le potenze geopolitiche del tempo, gli Stati Uniti d’America in primis, hanno rinunciato a dare un nuovo ordine al mondo?

Bella domanda…
La cui risposta è a sufficienza chiara, in realtà: perché non c’è stato alcuna volontà di rimettere tutto nelle mani dell’abilità diplomatica. Si è preferita la via della globalizzazione, del diritto d’intervento umanitario come nuova regola, com’è ebbe a dirmi Roland Dumas, storico ministro degli esteri francese. Era la metà degli anni ’80, mentre l’Unione Sovietica stava provando a dare una risposta alla sua crisi con la perestrojka. Vent’anni dopo, la fallimentare guerra in Iraq dimostrerà al mondo il fallimento di quella visione. È da lì che comincia la crisi degli Stati Uniti d’America, del resto.

In che senso? Finita l’Unione Sovietica erano i padroni del mondo…
Rimasti soli, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono trovati in una condizione del tutto nuova. Ad modello, si sono trovati contro un nemico sfuggente e inafferrabile come il terrorismo saudita-wahabita di Bin Laden prima e dell'Isis poi. L’ha scritto Obama nella sua lunghissima intervista concessa a The Atlantic intitolata non a caso “The Obama Doctrine”, una sorta di ritirata strategica su scala planetaria, resa possibile da alleanze regionali che affidano a una potenza locale la leadership di secondo grado.

Adesso però c’è Trump…
Trump è il prodotto dell’eccezionalismo americano, un mix di populismo, patriottismo fanatico e democrazia. Lo rappresenta alla grande. Colma i vuoti del pensiero liberale e democratico. Ed è la prova, se mai ce ne fosse bisogno, che ciò che muove la politica è la cultura, non l’economia. Ormai sono solo gli economisti a pensare che siano numeri, indici e indicatori a muovere le scelte delle persone.

Anche perché l’economia americana non andava male, prima di Trump...
Fesserie. Gli Stati Uniti sono in una condizione tragica, da ben prima di Trump. Quel che rimane del loro establishment lo sa benissimo. E la colpa è della globalizzazione.