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L’Europa ex comunista guarda alla Russia

L’irruzione dell’estrema destra nel parlamento tedesco grazie al successo elettorale del 24 settembre scorso ha sollevato un intelligibile scalpore, dati i precedenti storici, benchè ampiamente prevista anche dai sondaggisti (che questa volta, peraltro, hanno sopravvalutato le quotazioni di Angela Merkel). Superato lo choc, l’attenzione generale si è poi concentrata sulle prevedibili conseguenze della novità, riguardo in particolare alla tenuta dell’europeismo di Berlino, ai suoi indirizzi in materia economico-finanziaria e di immigrazione. Lo spettro del neonazismo, giustamente, non allarma più di tanto, anche perché già comparso nell’immediato dopoguerra rivelandosi ben presto effimero ed anacronistico.

Poco o nessun risalto è stato dato invece ad un aspetto dell’affermazione dell’Alternativa per la Germania che pure lo merita. A metà agosto l’AfD aveva organizzato a Magdeburgo, nella defunta Repubblica democratica tedesca, un affollato Russlandkongress, punteggiato da scritte in cirillico, interventi e colloqui in russo, cartelli inneggianti all’amicizia con la Russia compresa l’invocazione ‘Putin salvaci tu’. Presenti in forze erano anche i media di Mosca, mentre l’ambasciata russa a Berlino, benchè invitata, aveva preferito non farsi rappresentare, forse per non dare ulteriore esca a certi sospetti.

Motivi dominanti dell’evento erano state la denuncia delle sanzioni occidentali contro la Russia con conseguenti gravi perdite per l’export e i posti di lavoro tedeschi, le accuse agli Stati Uniti di puntare a distruggere la Russia e a dividerla dalla Germania anche appunto con le sanzioni, l’appoggio alla pretesa ‘annessione’ russa della Crimea, la difesa della Russia da chi contesta la democraticità del suo regime. Una parata di pronunciamenti e sentimenti filorussi a tutto campo, insomma, che nella Germania orientale, sotto regime comunista dal 1945 al 1989, si registrano con maggiore frequenza che nel resto della Repubblica federale. Dove è certo più difficile che Vladimir Putin venga esaltato come ‘unico garante di pace’ e che si lamenti la perdurante occupazione americana del Paese, come capita a est dell’Elba, ossia al di là della vecchia ‘cortina di ferro’.

E’ comunque proprio in queste terre, confinanti con Polonia e Repubblica ceca, che l’AfD ha ottenuto i più ampi suffragi: complessivamente del 21,5% contro il 12,6% su scala nazionale e con un massimo del 27% in Sassonia, Land di grandi città fiorenti come Lipsia e Dresda, dove ha superato ogni altro partito. La differenza viene per lo più spiegata con un certo malcontento che serpeggia tra gli Ossies (come vengono chiamati gli abitanti della Germania-est) per un residuo divario di sviluppo e benessere rispetto ai Wessies a 27 anni di distanza dalla riunificazione tedesca.

La spiegazione non suona però troppo convincente, tenendo conto che a ovest dell’Elba gli ‘alternativi’ hanno riscosso maggiori consensi nei Laender meridionali, con la grande Baviera in testa, che in quelli settentrionali, quando i primi stanno lasciando indietro i secondi sotto il profilo economico. Pesa probabilmente di più l’ostilità verso gli immigrati, a base di xenofobia o altro, uno dei cavalli di battaglia del partito populista, ma presumibilmente alimentata anche dai ricordi dell’era comunista. Quando cioè l’URSS imponeva tra l’altro ai Paesi ‘satelliti’ di fare buon volto sotto vari aspetti alle genti del ‘terzo mondo’ per contribuire alla sfida planetaria lanciata all’Occidente capitalista e imperial-colonialista.

Il pericolo di un’invasione islamica era stato sbandierato anche durante il ‘convegno’ di Magdeburgo, riscuotendo a quanto sembra ampio credito in tutta l’ex RDT a dispetto del fatto che qui gli immigrati si sono visti finora molto meno che nella Germania occidentale. Si tratta d’altra parte di un fattore che, insieme ad altri, suggerisce di escludere che al successo dell’AfD concorra qualche nostalgia per il vecchio regime. Il che vale del resto anche per quello della Linke, il partito di estrema sinistra pantedesco capace di guadagnarsi e conservare, dopo la riunificazione, un seguito apprezzabile grazie soprattutto ai consensi raccolti tra gli Ossies.

A questo punto, comunque, lo sguardo non può non estendersi agli altri Paesi dell’Europa ex comunista, tanto più ricordando che, se la Germania-est ha tratto immancabili vantaggi dall’aggancio alla maggiore potenza europea quanto meno economica, anche gli altri hanno largamente beneficiato dell’inclusione nell’Unione europea. E che, se la RDT, un vero e proprio Stato di polizia, difettava ancor più degli altri di democrazia oltre a soffrire per la separazione dai compatrioti dell’ovest, in compenso assicurava ai suoi cittadini il tenore di vita più elevato nel ‘campo socialista’, del quale veniva spesso definita una ‘vetrina’.

L’avanzata di forze e movimenti, politiche e ispirazioni che se non altro per comodità è lecito classificare come populiste, può essere attribuita a varie spinte, e così pure l’attrazione per l’odierna Russia che per lo più l’accompagna e la caratterizza ancorchè in misura variabile. Al limite, si può guardare con benevolenza all’successore dell’ex potenza dominatrice anche solo come utile contraltare ad altre egemonie ovvero come risorsa per sostenere indirettamente o implicitamente proprie specifiche esigenze o autoaffermazioni. Il fenomeno accomuna in ogni caso un pezzo di Germania al grosso, ormai, dei suoi vicini orientali e in parte anche meno vicini sud-orientali. Per non parlare naturalmente dei vicini, nonché vecchi soci ed alleati occidentali e meridionali, meritevoli di un discorso a parte.

Un caso speciale è quello della Polonia, dove la componente filorussa è del tutto assente, almeno in apparenza, essendo semmai tuttora presente il suo opposto. Si tratta dopotutto di un Paese che, come le tre repubbliche baltiche, prima della dominazione sovietica subì quella zarista, a coronamento di un’antica inimicizia tra le due nazioni. Il passato (comprendente ovviamente la collusione tra Stalin e Adolf Hitler che consentì l’aggressione nazista del 1939) non impedisce però all’odierna Polonia di inscenare un’involuzione interna che oggettivamente avvicina il suo sistema politico a quello russo sollevando incomprensioni e contrasti con i governi occidentali, in coincidenza con crescenti segni di disaffezione nei confronti della UE.

Non meno ‘euroscettica’ è l’Ungheria, Paese a suo tempo tra i più insofferenti dell’egemonia sovietica e per di più vittima già nell’800 della repressione militare russo-zarista della sua ribellione nazionale all’Impero absburgico. E oggi tuttavia ammiratore non puramente teorico della ‘democrazia illiberale’ instaurata in Russia da Putin, col quale l’attuale premier magiaro, Viktor Orban, coltiva assiduamente un caloroso rapporto personale. A Budapest, d’altronde, più che a Varsavia o altrove, tutto ciò coesiste con rigurgiti neonazisti ricollegabili con il regime conservatore e autoritario amico di Hitler e Benito Mussolini nel periodo tra le due guerre mondiali.