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L’altra Russia fa sentire la sua voce

La Russia scesa in piazza domenica per Aleksej Navalny è una frazione del consenso per Vladimir Putin. A Mosca, i manifestanti erano duemila; da giovane diplomatico, nel lontano febbraio 1990, nella mia prima domenica moscovita, ne vidi sfilare decine di migliaia contro il comunismo sovietico. Eppure, con la mobilitazione, soprattutto giovanile, in decine di città dell’immenso pianeta euro-asiatico, nella Russia di Putin affiora una Russia di Navalny.  

La realtà è diversa: è una società che non cessa mai d’interrogarsi su se stessa. Lo fa dai tempi di Pushkin sotto la cui statua si leggono ancora poesie - e si assembrano i dimostranti. Oggi, per il Cremlino, Aleksej Navalny è un irritante marginale. Domani, chissà. Nella patria degli scacchi, la partita fra il quarantunenne dissidente e il sessantacinquenne plurieletto Presidente si gioca in tempi lunghi. Paradossalmente, l’insicuro è il secondo - pur sicuro di essere rieletto per la quarta volta, con o senza Navalny in lista. Al contrario, arresto e, forse, altro breve soggiorno nelle patrie galere non scalfiscono la determinazione e tranquillità del primo. 

Il voto del 18 marzo non è e non è mai stato in dubbio. Escludendo Navalny, il Cremlino lo eleva a rango di sfidante ufficiale. Nella reazione a riccio si sommano le preoccupazioni: dall’erosione del consenso plebiscitario alla fobia del contagio delle «rivoluzioni colorate», dal timore per la campagna anti-corruzione alla stanchezza di regime senza piani di successione. L’esclusione non ne risolve alcuna; si tradurrà in assenteismo alle urne, rendendo più arduo l’obiettivo 70/70 (70% di affluenza, 70% di voti: il consenso vizia). 

La rielezione di Putin non è in discussione; lo è il dopo-Putin, scacchiere su cui Navalny muove i suoi alfieri e cavalli. Egli gioca sull’eterna dialettica fra la Russia della piazza e la Russia del Cremlino. Le tiene insieme il consenso forgiato da Putin, ma non è né a tempo indeterminato né inossidabile. Lo stesso Presidente ha oscillato, prima di abbracciare la seconda. 

Spettatore interessato, l’Occidente deve fare un esame di coscienza. La Russia post-Urss è stata brevemente una pagina bianca. Chiedeva due cose: di essere accettata e trattata come pari di Usa e delle grandi potenze europee e di non essere umiliata. Washington lo aveva capito ma il rispetto per il grande avversario piegato di George H. Bush e Brent Scowcroft ha progressivamente ceduto il passo all’arroganza dell’«abbiamo vinto la guerra fredda» e alla persuasione che il declino rendesse la Russia marginale. Le capitali europee sono andate in ordine sparso, riducendo spesso il rapporto con Mosca alla dimensione energetica e commerciale. L’Ue non ha mai avuto una strategia russa. 

Le frizioni all’integrazione della Russia con l’Occidente non potevano mancare. La geopolitica si metteva di traverso. Allargamenti, Nato e Ue, hanno stabilizzato l’Europa centro-orientale con progressi inimmaginabili da Varsavia a Bucarest (anche se potevamo sperare in qualche cosa di meglio di Kaczynski e Orban…). Bocconi indigesti per la Russia, ma gestibili. Così pure il capitolo delle guerre balcaniche. Quello che ha pesato di più nel deterioramento del rapporto, fino alla rottura definitiva del 2014 con l’annessione della Crimea e la destabilizzazione del Donbass da parte russa, è stato il mancato dialogo, e rispetto, da pari a pari cui «l’altra Russia» anelava. Mosca ci ha poi messo molto del suo, specie in questi ultimi anni. Il risultato è una versione su scala ridotta della guerra fredda.  

In quel febbraio 1990, tempi di perestroika e grandi aperture, un altrettanto giovane Sergei Lavrov mi ricordò che avevamo giocato insieme a calcio a New York, alle Nazioni Unite, entrambi (giovanissimi) delegati, nelle partite amichevoli «Nord» contro «Sud», in piena guerra fredda (1981-82). Sergei era un gran centrocampista. «Tutto è cominciato qui», mi disse. Tempo di ricominciare? Sergei ed io saremo sugli spalti; gli anni passano per tutti. Ma l’altra Russia è sempre lì.