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Brignone: “La Russia? Un segnale forte contro il doping”

Federica Brignone è rientrata dagli Stati Uniti, accompagnata da un’ottima prestazione (quinto posto in gigante) e lasciandosi alle spalle i problemi fisici: “Ci ho messo due mesi per recuperare, ora sono tornata. Bisogna stare attenti ai possibili cali che arrivano a febbraio, ma quando fai tante discipline può succedere”. L’azzurra ha presentato, a Milano, il suo nuovo progetto di responsabilità ambientale: “Traiettorie liquide”, un programma per sensibilizzare l’opinione pubblica verso l’inquinamento marino.  

“Come percezione non è bella, è doloroso per un atleta pulito non poter partecipare per colpa di altri. Io non so quanti atleti rubano, non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Il doping, però, va eliminato dallo sport e chi sgarra anche una sola volta deve andare fuori per sempre, a casa. Doparsi è come rubare e i ladri finiscono in prigione”.  

“Migliori di sicuro. E’ un segnale forte, una soluzione dura conto il doping. Certo, mi metto dalla parte degli atleti... allenarsi per quattro anni e non poter partecipare alla manifestazione più importante è un dolore forte”. 

“Prima ci si deve qualificare attraverso la coppa del Mondo, alle Olimpiadi contano solo i primi tre posti ed è giusto che ci vadano i più forti. Rispetto a quando c’erano Deborah e Isolde ora siamo almeno 8 e questo ci sprona a fare sempre meglio”. 

“Una medaglia olimpica per un qualsiasi atleta ha un senso profondo. E, vincere qualche cosa a Pyeongchang, sarebbe un grande risultato. È difficile dire adesso se ci riuscirò, ma spero di giocarmela. Devo solo riuscire ad allenarmi al meglio dopo i problemi che ho avuto per giungere pronta, ma la competizione interna è uno stimolo e ogni allenamento serve per restare al passo con le altre”.  

“Non c’è paura per le vicende geopolitiche, lo spirito Olimpico è più forte di ogni tensione e le misure di sicurezza saranno imponenti. E’ una sfida tra sportivi, sana. Dispiacerebbe solo se il pubblico fosse spaventato e non accorresse numeroso. Penso che la Corea abbia preso tutte le misure del caso”. 

“Ora lavorare sulle discipline veloci è più complicato, fa più paura. Trovare piste attrezzate e in sicurezza è difficile, io mi sono allenata due giorni in Val di Fassa per rimettere ai piedi gli sci lunghi. E’ stato duro per tutti il suo addio, soprattutto per i ragazzi che erano là con lui. Io ho conosciuto anche i suoi genitori: era una bella persona”.