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Al capo della campagna di Trump 17 milioni dal partito pro-Russia di Kiev

Paul Manafort ammette i suoi legami con ambienti pro Cremlino adempiendo, con effetto retroattivo, alle direttive di legge americane sulla registrazione nella lista dei «lobbisti stranieri».  

La società di consulenza dell’ex numero uno della campagna di Donald Trump ha denunciato entrate per 17,1 milioni di dollari dal partito pro-Russia che dominava in Ucraina prima del 2014. Manafort ha presentato i documenti al dipartimento di Giustizia per registrarsi (con effetto retroattivo) come agente straniero per il lavoro prestato dalla sua azienda dal 2012 al 2014. L’ex numero uno della campagna del tycoon è uno dei soggetti vicini al presidente americano le cui attività sono sotto esame da parte del consigliere speciale Robert Mueller nell’ambito delle indagini sul Russiagate. Ed è il secondo uomo della stretta cerchia trumpiana ad aver proceduto a registrazione come agente straniero dopo Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale del 45° presidente, costretto a lasciare per il suo coinvolgimento in relazione non dichiarate proprio con Mosca.  

Le presunte interferenze russe nelle elezioni Usa 2016 continuano così a tenere banco nelle questioni di politica interna degli Usa tanto quanto lo scontro sulle «fake news». «Il fallimentare New York Times scrive storie false su storie false. Non chiamano neanche per verificare. Fake News», afferma Trump su Twitter. Il presidente poi si scaglia contro l’«Amazon-WashingtonPost», riferendosi al medesimo proprietario, Jeff Bezos. «L’AmazonWashingtonPost, guardiano del fatto che Amazon non paga le tasse su Internet, è Fake News». E in materia il presidente americano incassa una vittoria nei confronti di un altro bersaglio ricorrente, ovvero la Cnn. Tre giornalisti della tv Usa sono stati invitati a rassegnare le dimissioni ammettendo che un loro articolo critico su un collaboratore del presidente non era basato su sufficienti prove e testimonianze. Il pezzo denunciava che Anthony Scaramucci, un membro del team di transizione del tycoon, aveva contatti scomodi con un fondo di investimenti russo sotto inchiesta negli Usa. Cnn ha chiarito che l’articolo non era necessariamente «scorretto», ma mancava del supporto indipendente necessario. Pertanto ha evitato i tre autori - Tom Frank, Eric Lichtblau e Lex Haris - a dimettersi. 

A spingere il network al mea culpa sarebbe stato soprattutto lo spettro di una causa da almeno 100 milioni di dollari. Intanto Trump riorganizza a sua strategia in Europa ed ascia l’invito a lui rivolto da Emmanuel Macron di recarsi a Parigi per la festa nazionale del 14 luglio. Una soluzione presa in nome dell’illuminismo in cui Usa e Francia affondano le proprie radici. O il tentativo di infilare una spina nel fianco di Angela Merkel.