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Hooligan e razzismo. La Russia fa le prove per il mondiale

Ogni prova generale riserva delle sorprese e l’edizione russa potrebbe diventare intrigante. Si testa la moviola in campo, è la prima volta che succede in un intatto torneo. Si testa la resistenza di Ronaldo per vedere se gli riesce il coast to coast dagli Europei alla Confederations vincendo tutto quello che trova sulla strada. Si testa la giovane Germania, per vedere quante generazioni pronte a vincere hanno nei loro vivai. Pare non ci sia fine. E si testa la scaramanzia: neppure uno ha mai vinto questa competizione e poi si è ripetuto ai Mondiali. Ma siamo nel 2017 e neppure uno aveva mai vinto prima due Champions di fila. 

L’anno scorso dopo le risse di Marsiglia tra ultrà russi e inglesi un parlamentare ha applaudito al patriottismo. Il problema lì non è solo combattere la violenza ma chi la fomenta. Il gruppo più estremista, gli Orel Butchers, promettono di farsi notare ancora, ma in questa stagione diversi gruppi organizzati hanno esposti striscioni contro i fanatici e forse c’è una parte di pubblico stufa di essere identificata con le risse. Questa è l’occasione per ribaltare l'immagine. 

Poco, hanno scelto Alexei Smertin, ex giocatore transitato anche al Chelsea, come capo della task force che si dovrebbe occupare del problema e lui, prima di occupare quel posto, ha dichiarato: «Qui il razzismo non esiste». Si naviga a vista. Sono stati banditi dagli stadi 191 nomi sulla lista degli esagitati e soprattutto gli arbitri hanno licenza di interrompere il match. Dopo il caso Muntari, la Fifa li spinge a reagire. 

In fase di riedificazione. Usciti dagli Europei al primo turno e poco convincenti nelle amichevoli, devono almeno farsi notare. Putin ha chiesto «un atteggiamento da guerrieri» e il ct Cherchesov avrebbe preferito altri incitamenti. Il match d’esordio non è proibitivo: oggi contro la Nuova Zelanda. 

No, ed è questa la parte divertente. La Germania sperimentale, il Portogallo un po’ provato, il Cile unica squadra con tutte le sue stelle, Vidal, Sanchez e Medel, il Messico di Chicharito Hernandez, il Camerun che mette i portieri (Onana e Ondoa) uno contro l’altro come ai tempi di Bell e N’Kono. Persino l’Australia vorrebbe dimostrare i progressi mettendo le mani su un trofeo. Questo è l’unico affabile. Sarà anche l’ultima edizione, ma può sempre chiudere in grande.