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Siria, da Washington accuse alla Russia: “Complice del raid chimico”

La Russia ha aiutato il regime di Assad a nascondere l’attacco chimico del 4 aprile scorso, come minimo diffondendo notizie false sulla dinamica del bombardamento di Khan Shaykhun. È l’accusa lanciata ieri dalla Casa Bianca, proprio mentre il segretario di Stato Tillerson volava verso Mosca. Washington non ha confermato che il Cremlino sapeva in anticipo dell’operazione, o aveva aiutato le forze siriane a condurla, ma non lo esclude, perché i suoi militari erano presenti nella base da dove era partita. Putin ha risposto dicendo che sono tutte falsità, alzando la soglia dello scontro a livelli che davvero non si vedevano dall’era della Guerra Fredda. 

Il segretario di Stato Usa Tillerson ieri è partito dalla riunione del G7 di Lucca verso Mosca, lanciando questo ultimatum: «La Russia deve scegliere se stare con noi, o con Assad». Quindi ha aggiunto che il regime di Damasco «sta finendo», completando così l’evoluzione della linea di Washington, cominciata quando il presidente Trump aveva dichiarato che l’attacco di Khan Shaykhun aveva cambiato la sua visione della guerra siriana. Tillerson ha ribadito che la priorità resta sradicare i terroristi dell’Isis, ma nello stesso tempo ha chiarito che una volta distrutto il Califfato, per Assad non ci sarà più posto nel futuro della Siria.  

Il presidente Putin gli ha risposto così, prima ancora che atterrasse: «L’Occidente fa un gioco sporco, questa storia dell’attacco chimico è falsa, come quella delle armi di distruzione di massa in Iraq. I ribelli si preparano a lanciare nuovi bombardamenti nella zona di Damasco, per poi far cadere la colpa su Assad». Quindi ha chiesto all’Onu di condurre subito un’inchiesta su Khan Shaykhun, per appurare la verità, mentre il suo portavoce ha detto che il leader del Cremlino non riceverà Tillerson, limitando dunque la visita agli incontri col ministro degli Esteri Lavrov.  

Questa presa di posizione così netta di Putin aiuta a capire come mai il premier russo Medvedev, considerato il leader più vicino all’Occidente, avesse detto solo tre giorni fa che «le relazioni tra noi e gli Usa sono ormai deteriorate, al punto di non essere quasi riparabili. L’attacco illegale in Siria ha portato gli Stati Uniti a un passo dal conflitto militare con la Russia». 

La Casa Bianca ha reagito a queste accuse convocando ieri pomeriggio un briefing di background con i giornalisti, a cui hanno partecipato tutti i funzionari più importanti che si occupano del caso di Khan Shaykhun. Poi ha pubblicato un rapporto di quattro pagine, con tutti gli elementi divulgabili raccolti dalle agenzie di intelligence americane. Secondo Washington non esiste il minimo dubbio che il gas usato fosse il Sarin, e a lanciarlo sono stati gli aerei SU-22 del regime, decollati dalla base di Shayrat. La ragione di questo attacco, che all’inizio sembrava folle da parte di Assad, ha invece una precisa spiegazione strategica. Nelle settimane scorse gli oppositori avevano lanciato un’offensiva nella zona di Hama, e stavano vincendo. Damasco, trovandosi con le spalle al muro e senza a sufficienza soldati per rispondere sul terreno, ha deciso quindi di attaccare dall’aria con le armi chimiche, puntando sui civili residenti nei quartieri controllati dai ribelli.  

Ieri mattina i media americani avevano riportato la notizia che Mosca, secondo l’intelligence Usa, sapeva in anticipo dell’assalto chimico e forse lo aveva aiutato. Poi c’era il sospetto che il Cremlino avesse contribuito a nasconderne le prove, bombardando con armi convenzionali l’ospedale dove erano state ricoverate le vittime. Questa zona infatti era stata sorvolata da un drone, e poco dopo erano arrivati caccia di fabbricazione russa che l’avevano colpita. 

Nel loro briefing le fonti della Casa Bianca hanno detto di non avere la conferma di queste accuse, però hanno aggiunto che «il regime siriano e il suo principale sostenitore, la Russia, hanno cercato di confondere la comunità internazionale riguardo le responsabilità dell’attacco». Come minimo, in sostanza, il Cremlino ha usato le armi della sua propaganda per difendere Assad, diventando compartecipe di un potenziale crimine di guerra quanto meno sul piano politico. In queste condizioni, Tillerson a Mosca non potrà andare oltre la denuncia dei molti punti di dissidio, sperando di convincere Putin che la strada dello scontro frontale con Trump non gli conviene.