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Russia 1917, la rivoluzione nasce il giorno della festa della donna

Una rivoluzione nata l’8 marzo non poteva che avere un volto femminile. In una Russia arretrata fin dal calendario, la giornata della donna coincideva con il 23 febbraio, e le tessitrici di Torshilovo e le dipendenti del deposito di tram dell’isola Vassilievsky sfilarono sulla Prospettiva Nevsky.  

Chiedevano pane per le famiglie dei soldati, pace per i loro figli e diritti per se stesse. A loro si unirono gli operai della fabbrica Putilov, e le massaie esasperate da ore di code per il pane, che sfidarono la polizia e i soldati. L’imperatrice Alessandra le osservò dalle finestre del Palazzo d’Inverno, annotando sdegnata nel suo diario una giornata di «ragazzine che corrono e urlano di non avere pane, solo per incitare gli altri, se il tempo fosse stato più freddo sarebbero rimaste a casa». Una settimana dopo la monarchia sarebbe crollata, e otto mesi dopo l’ex palazzo degli zar sarebbe stato preso d’assalto dai bolscevichi, un battaglione di volontarie sarebbe rimasto l’ultimo a difendere il governo dalla nuova rivoluzione, quella di Ottobre. 

La Prima guerra mondiale portò gli uomini al fronte e le donne in fabbrica, nelle scuole, negli uffici, e poi in piazza. Quattro giorni dopo l’abdicazione di Nicola II, un’altra manifestazione, di 40 mila donne, ottenne dal nuovo governo provvisorio il diritto al voto: «Il suffragio non è universale senza le donne», recitava uno degli striscioni. Nell’automobile in testa al corteo sedeva Vera Figner, icona vivente del populismo, che aveva scontato 20 anni di carcere per l’attentato ad Alessandro II, e tra la folla c’erano femministe liberali e bolsceviche, operaie e intellettuali, maestre, aristocratiche, mogli dei soldati, e tante «donne affamate che chiedevano pane», le vere iniziatrici della rivoluzione, secondo il sociologo Pitirim Sorokin. Una mobilitazione che trovò impreparati i bolscevichi, che subordinavano la «questione femminile» alle esigenze di tutto il proletariato, e le attiviste della fabbrica tessile di Torshilovo furono consigliate dai dirigenti maschi di astenersi da iniziative autonome e «seguire le direttive del Comitato centrale». Ma il ritorno dall’esilio della nutrita pattuglia di donne al seguito di Lenin ribaltò rapidamente la condizione.  

La rivoluzione acquisì un volto femminile. La poliglotta Alexandra Kollontaj, figlia di un generale, che lasciò il marito e il figlio «per non sentirsi intrappolata», faceva propaganda tra i soldati e i marinai, ed ebbe una storia d’amore appassionata con uno di loro, lo scatenato Pavel Dybenko che perfino i bolscevichi consideravano troppo spietato ed irruento (ma Lenin la costrinse a sposarlo).  

Dopo la rivoluzione d’Ottobre divenne responsabile del Welfare, la prima donna ministro nella storia, e la seconda a diventare ambasciatrice. Passò alla storia come una propagandista dell’amore libero (con entrambi i sessi), anche se in realtà sognava una donna razionale liberata dai sentimenti. La francese Inessa Armand fu non solo l’alleata più fedele del padre della rivoluzione, ma anche la sua amante, con il consenso dell’emancipata moglie Nadezhda Krupskaja (che sarebbe stata cruciale nel riempire la nuova Russia di scuole e biblioteche): salirono in tre nel famigerato vagone piombato che riportò Lenin a Pietrogrado. Inessa fondò il mitico «Zhenotdel», il «dipartimento donne» del partito, che promulgo i pari diritti, organizzando corsi per insegnare alle donne a leggere e scrivere, e trasformare le sottomesse mogli dei contadini in emancipate operaie.  

Le donne si arruolavano in massa nella neonata Armata Rossa, e nella Commissione straordinaria, la Ceka antenata del Kgb, cosa che spinse un’altra donna carismatica, la poetessa Zinaida Ghippius, fervente anticomunista, a denunciare il «regno di una crudeltà speciale, tenace e ottusa». 

Il Zhenotdel fu una rivoluzione nella rivoluzione: il governo bolscevico per primo al mondo liberalizzò il divorzio e l’aborto, equiparando in tutto le donne agli uomini (anche se molti compagni maschi furono ostili al suffragio universale, temendo che le donne delle campagne avrebbero votato per il ritorno della monarchia). L’emancipazione nel 1917 non portava solo la firma dei bolscevichi: il governo provvisorio veniva difeso dai «battaglioni della morte» femminili, organizzati dalla indomita Maria Bochkariova, detta «Yashka». Una donna-soldato, figlia di contadini, che mandava al fronte dattilografe, sarte, studentesse e principesse, pronte a morire in una guerra che gli uomini non volevano più combattere. Divenne un’icona delle femministe, osannata da Emmeline Pankhurst, mandata a Pietrogrado in missione semiufficiale da Lloyd George. Le soldatesse di «Yashka» furono travolte dalle guardie rosse durante la presa del palazzo d’Inverno, la loro inflessibile comandante fu fucilata dai bolscevichi nel 1920.