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Geme e si lamenta la santa Russia: Boris Godunov al Verdi di Trieste

Tenebre profonde e impenetrabili.

Dolore, dolore sulla Russia.

1598-1605, Periodo dei Torbidi. Boris, un boiardo, ascende al trono russo dopo essersi macchiato dell’omicidio del piccolo zarevič Dimitrij. È da qui che si sviluppa una storia che vede come protagonisti Zar e zarine, la Duma, monaci e impostori. Il quadro è quello di una Russia turbata, sprofondata nella miseria e nel terrore. Gli intrighi per il regno si infittiscono e sarà il rimorso ad ammazzare lo stesso Boris, in preda ormai alla follia causata dalle atroci visioni del fantasma del piccolo zarevič. Nel frattempo, un giovane novizio di nome Grigorij, educato dal monaco Pimen, fugge e si spaccia per Dimitrij e dopo aver sposato la truce e incantevole Marina, polacca, parte alla volta della Russia per conquistare la corona.

Quest’opera di Modest Musorgskij, ispirata all’omonimo romanzo di Puškin, approda a Trieste in un allestimento davvero notevole, capace di trasportare gli spettatori in quella Russia di abusi di potere, di dinastie che si susseguono e di profonda povertà.

La regia storica è di Yurii Victorovych Chaika, ripresa da Victoria Chernova. Ogni dettaglio, ogni movimento scenico è perfetto. Essenziali sono qui infatti le scenografie che urlano “Chiesa santa, apostolica e ortodossa”, icone e oro regnano sovrani insieme ai costumi preziosi e scintillanti, stoffe ricche a designare lo splendore dello Zar e dell’intera nobiltà. Sono curati (scene e costumi) da Anatoly Arefev, defunto artista teatrale sovietico ma di spiccato valore, la sua parola chiave è: tradizione.

L’intatto allestimento è frutto di una collaborazione tra il Teatro Verdi e la Dnepropetrovsk Academic Opera and Ballet Theater di Dnipro e la qualità della messa in scena è davvero di altissimo livello.

Il Maestro concentratore è Alexander Anissimov, preciso, severo ma innamorato della partitura. Tutti pendono dalle sue labbra ma sono talmente professionali da non lasciarlo intendere, da essere autosufficienti in tutto e per tutto.

Cast stellare, non c’è stata sbavatura alcuna.

Taras Shtonda è un Boris fermo, potente ma fragile. La sua recitazione guarnisce la vocalità tuonante facendolo scoprire umano, padre, gravato dalla responsabilità del suo nome e della sua patria. Pimen è Oleksii Strizhak, lui racconta, con sommessa stanchezza, la verità di Dio e della sua stessa storia, bravo! Perla rara della produzione poi Vladyslav Goray, l’imbroglione Grigorij. Tenore dalle molteplici sfaccettature, ha caratterizzato impeccabilmente questo giovane innamorato della gloria e di Marina, interpretata da Kateryna Tsimbaliuk. Una Marina ammaliante, fredda e calcolatrice.

Ogni membro è riuscito a restituire una “parte di Russia” attraverso il rigore delle voci, il portamento, la capacita di quest’arte che sempre più raramente viene goduta in una forma così riuscita. Un grande applauso lo merita anche il coro, altro vero e proprio protagonista dell’opera, la partitura accompagna deliziosamente le voci della folla rendendo già solamente il Prologo un sogno.

Per concludere, questo Boris Godunov è stata una rivelazione, peccato vedere il teatro semi-vuoto. E riempitela questa platea, uno spettacolo simile merita di non esser mancato! Sarà in scena fino al 15 febbraio al Teatro lirico Verdi di Trieste, fatevi sedurre da questi russi strepitosi!

P.S.: l’opera è interamente in russo ma sono presenti i sovrattitoli in inglese e italiano.