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Bari, quei 2 anelli arrivati dopo 75 anni dalla campagna di Russia

Un barese ha cercato le spoglie del padre disperso nel 1942, non ce l'ha fatta perchè è morto: poi alla figlia sono giunti i due anelli del nonno

Un groviglio di fango e sangue, di neve, mitragliatori e cadaveri. Questo, nell'immaginario di tutti noi, il fronte russo alla metà degli anni Quaranta, l’operazione voluta da Hitler per conquistare l'Unione Sovietica, uno dei più grandi mattatoi di sempre.
Ventisei milioni di morti. Quattro milioni di dispersi. «Quanto tempo è passato. Giorni e settimane, mesi e anni. Attacco e contrattacco. E i morti che si accatastano. Inverno e estate. Le giornate sono calde e i morti giacciono insepolti. Li seppelliranno le bombe».

Per molti di noi, oggi, i grandi conflitti mondiali del secolo scorso sono una sequela cinematografica o la pagina di un romanzo (come i versi di Erich Maria Remarque). Per altri, la guerra è un conto in sospeso, un cerchio che non ha ancora finito il suo giro completo. Prendiamo quei quattro milioni di dispersi, quegli uomini ingoiati dalla Storia, quelli che non sono mai tornati, la cui memoria è sopravvissuta soltanto nel cuore dei propri affetti.

È il caso del barese Giuseppe Sacco, figlio di Gaetano, un tenente colonnello dell'Esercito italiano, dichiarato disperso il 24 dicembre del 1942 nella famigerata «valle della morte», al confine con l'Ucraina. Giuseppe ha continuato a cercare suo padre per tutta la vita. Un sentimento comune: qualcuno te lo spiega banalmente con il dovere di dare sepoltura ai propri cari, quell’idea biblica (e prima ancora sofoclea) che chi non abbia una tomba non possa godere della grazia di Dio (o degli dei). Ma c’è dell'altro. La ricerca dei propri cari dispersi nel nulla (che siano genitori, figli, compagni o altro ancora) è una specie di bisogno privato, interiore, particolare. È come se andando a cercare, ricostruendo la storia, scoprendone ogni anfratto, ci sentissimo infine meno impotenti rispetto a una perdita che abbiamo dovuto subire e basta. «Ti sono venuto a prendere», l’intima soddisfazione.

Giuseppe Sacco ha cercato le spoglie di suo padre per lunghi anni e in tutti i modi. Ad modello mettendosi in contatto con organismi ed enti specializzati, come l’Associazione nazionale combattenti e reduci. Ha scritto lettere, fatto telefonate, spulciato negli archivi. Infine è morto, senza poter consumare la gioia di una ricongiunzione, sia pur ideale. Ma nel frattempo il destino aveva messo in moto i suoi imperscrutabili meccanismi. Ed ecco che due mesi dopo la morte di Giuseppe, la figlia Cecilia riceve due gioielli appartenuti al nonno: la fede nuziale e un anello con lo stemma di famiglia. A trovarli, due russi che dedicano (come moltissimi connazionali) enormi energie a cercare in quelle valli dalla memoria insanguinata, le ultime tracce degli uomini ingoiati dalla Storia.

Sullo sfondo di tutto questo racconto, quel bisogno ancestrale di riconnettersi col passato, l’esercizio terapeutico di completare i vuoti, qualsiasi sia la guerra che abbiamo attraversato.