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Petrolio giù sul Coronavirus, ecco perché russi e sauditi litigano sull’accordo

La Russia ha respinto la richiesta dell'Arabia Saudita per un vertice OPEC+ di emergenza per affrontare le conseguenze del virus cinese. Le quotazioni del petrolio sprofondano ai minimi da 14 mesi. Vediamo le ragioni del mancato accordo.

Il comitato tecnico che unisce i rappresentati dell’OPEC e quelli della Russia non ha trovato ieri un accordo sul taglio della produzione di petrolio, come punta ad ottenere l’Arabia Saudita. Al termine di due giorni di lavori, Mosca continuava a osteggiare l’idea di accrescere la riduzione dell’offerta di altri 500.000 barili al giorno. Le quotazioni del Brent sono subito scivolate di oltre l’1%, finendo in area 54,50 dollari al barile, ai minimi dal dicembre 2018. Male anche il WTI, sceso poco sopra i 50 dollari, ai livelli più bassi da inizio 2019. Stamattina, la lieve ripresa sulle dichiarazioni russe a sostegno di un’intesa sui tagli.

La richiesta di Riad segue il diffondersi del Coronavirus, che impattando negativamente sull’economia cinese, starebbe facendo crollare le importazioni di greggio di Pechino. Nei giorni scorsi, alcune fonti anonime del comparto petrolifero parlavano di un calo di 3 milioni di barili al giorno, il 3% dell’offerta generale. Stando al responsabile finanziario di BP, Brian Gilvary, nell’intatto 2020 si registrerebbe un tonfo della domanda generale di 300/500.000 barili al giorno, mentre per Platt Analytics si andrebbe da -650.000 barili al giorno a febbraio a -900.000 a marzo nello scenario migliore, in quello peggiore si passerebbe rispettivamente da -2 milioni a -2,6 milioni di barili al giorno.

Ad modello, ieri un barile a Mosca valeva sui 3.450 rubli, gli stessi di metà 2014, quando il Brent costava sui 110 dollari al barile, ma il cambio era molto più forte. Vero è anche, però, che da inizio anno persino la Russia ha imputato un calo delle entrate in rubli per ciascun barile venduto all’estero di quasi il 17%.

Perché il taglio OPEC non funziona

L’Arabia Saudita non ha un cambio flessibile. Il suo rial è agganciato al dollaro da un “peg” sin dal 1985. Non potendosi deprezzare, nelle fasi avverse sui mercati internazionali il minore costo del barile impatta negativamente sulle entrate fiscali, ancora largamente dipendenti dal comparto petrolifero. La rimozione del cambio fisso è fuori discussione, preservando la stabilità finanziaria del regno. E allora, anche per non perdere la leadership dell’OPEC, i sauditi si vedono costretti a intervenire per ridurre la domanda e sperare così di risollevare le quotazioni.

Nemmeno per loro si tratta di un’opzione semplice, prefigurandosi una potenziale perdita di fette di mercato in Asia, in particolare, a favore delle compagnie petrolifere americane, il cui boom dello “shale” è riuscito negli ultimi anni a più che compensare ogni taglio sin qui varato dal cartello. A fronte dei -1,8 milioni di barili al giorno concordati sin dal novembre 2016 dalla cosiddetta OPEC+, cioè allargata alla Russia e ad altri produttori esterni minori, l’America estrae da allora quotidianamente circa 4,3 milioni di barili, neutralizzando le mosse del cartello e frustrandone le aspettative.