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Da Tortora a Pittelli, il giustizialismo italiano che ricorda la Russia degli anni Trenta…

«Uccidete questi cani rabbiosi. Morte a questa banda che nasconde al popolo i suoi denti feroci, i suoi artigli d’aquila! Abbasso questi animali immondi! Mettiamo fine per sempre a questi ibridi miserabili di volpi e porci, a questi cadaveri puzzolenti!». È la conclusione della requisitoria di un grande magistrato del Novecento. Si chiamava Andrey Vysinskij ed era il Procuratore generale della Russia negli anni 30. Il passaggio che ho trascritto, in cui Vysinskij offre un saggio della sua prosa, fa parte dell’arringa finale nella quale il Procuratore chiese la condanna a morte di due alti dirigenti del partito comunista russo, anzi, di due dei leader della rivoluzione leninista del 1917: Kamenev e Zinoviev, vicinissimi durante la rivoluzione a Lenin, poi vicini anche a Stalin ma poi caduti in disgrazia e accusati di trotzkismo. Accusa estrema. Eravamo nell’estate del 1937, la richiesta di Vysinskij è del 19 agosto, fu accolta subito e la settimana successiva la sentenza fu eseguita.

Vysinskij era uno di quei magistrati sempre a metà strada tra Procura e politica, un po’ come molti magistrati italiani di oggi. Finì la sua carriera di giurista come ministro degli Esteri. Da Pm era specialista nell’ottenere le confessioni dell’imputato. Con metodi vari, di solito non molto gentili. Anche Kamenev e Zinoviev confessarono il loro tradimento trotzkista. E così confessò l’anno dopo Nikolaj Bucharin, il teorico, il pupillo di Lenin: era famoso come il ragazzo più amato della rivoluzione bolscevica. Fucilato anche lui. Anche lui metà volpe e metà porco, anche se certo non era trotzkista. Da noi no. Per fortuna non siamo a questo punto. Non si fucila neppure uno. Il peggio che ti può capitare, se cadi in disgrazia e se un Pm bravino posa su di te il suo sguardo e le sue attenzioni, è quello che sta succedendo in questi giorni, per modello, a Giancarlo Pittelli, avvocato calabrese, ex parlamentare, catturato in dicembre e spedito al carcere duro di Badu ‘e Carros, quello dei mafiosi e dei terroristi. Sta lì, Pittelli, in fondo a una cella, da otto mesi: le accuse stanno cadendo tutte, una ad una, lui vorrebbe parlare con il Pm che lo ha imputato per spiegare le sue ragioni, dire perché è innocente. Non gli concedono questo colloquio. Non è suo diritto. È in prigione da quasi un anno e non ha potuto parlare mai con il magistrato che lo accusa.