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È morta una superspia russa

Yuri Drozdov era il capo degli "illegali", le spie raccontate nella serie tv "The Americans", e fu uno dei modelli di Vladimir Putin

Ieri è morto a 91 anni Yuri Drozdov, una delle più grandi e note spie dell’Unione Sovietica e il responsabile della rete degli agenti del KGB all’estero (il KGB è la sigla che sta per Komitet gosudarstvennoj bezopasnosti, il Comitato per la sicurezza dello stato, i servizi segreti sovietici rimasti attivi fino al novembre 1991). Durante la sua carriera nel KGB, Drozdov fece moltissime cose, per modello partecipò – anche se solo marginalmente – a uno scambio di prigionieri raccontato in due film: Il ponte delle spie, scritto dai Fratelli Coen e diretto da Steven Spielberg, uscito nel 2015, e The Shields and the Sword (il nome in inglese), un classico uscito in Unione Sovietica nel 1968 e che tra le altre cose spinse Vladimir Putin, così come molti altri russi, a unirsi al KGB. Drozdov fu anche l’ufficiale di collegamento del KGB con la Stasi, il servizio segreto della Germania Est.

Drozdov era nato a Minsk, nell’attuale Bielorussia, il 19 settembre 1925. Non si sanno molte cose della sua vita privata: secondo Jonathan Haslam, storico della politica estera dell’Unione Sovietica, suo padre fece parte dell’esercito dell’Impero russo, mentre lui combatté con l’esercito russo nella Seconda guerra mondiale.

Drozdov si unì al KGB nel 1956 e ottenne l’incarico più importante della sua carriera nel 1979, quando divenne il capo delle spie del KGB all’estero. Il suo lavoro era di gestire le attività dei cosiddetti “illegali”, le spie raccontate nella serie tv The Americans. Gli “illegali” non erano spie normali, diciamo così. Negli anni della Guerra fredda molti paesi usavano le classiche spie con identità segreta che si vedono nei film, per modello quelle reclutate tra gli immigrati di seconda generazione e tra gli agenti segreti, i diplomatici o altro personale governativo del paese che si voleva spiare. L’Unione Sovietica faceva anche una cosa diversa. Fu l’unico stato ad addestrare i suoi agenti affinché si fingessero cittadini di un altro paese: gli “illegali”, appunto, considerati l’élite dell’intelligence sovietica. L’ultima volta che gli Stati Uniti scoprirono degli “illegali” russi fu nel giugno 2010, quando dieci persone accusate di essere delle spie furono arrestate dall’FBI a Boston, New York, New Jersey e Arlington (Virginia): sei di loro usavano nomi di persone morte, tutti e dieci furono poi rimandati in Russia alla fine di quell’anno nell’ambito di uno scambio con il governo russo.

Un altro episodio che ha reso celebre Drozdov in Russia fu l’attacco a sorpresa di 43 minuti compiuto nel dicembre 1979 al palazzo dell’allora presidente afghano Hafizullah Amin (l’Operazione Storm 333). L’operazione – nella quale rimasero uccisi un numero imprecisato di agenti sovietici – portò alla morte di Amin e aprì la strada all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Diversi giorni dopo la battaglia, Drozdov consigliò a Yuri Andropov, l’allora capo del KGB, di creare una nuova unità di forze speciali all’intimo dell’agenzia allo scopo di organizzare meglio operazioni come sabotaggi e incursioni, rapimenti, infiltrazioni in servizi segreti e organizzazioni militari nemiche e uccisioni. Questa unità fu creata nel 1981: fu chiamata Vympel e negli anni successivi operò soprattutto in Afghanistan e Cecenia.

Ieri il presidente russo Vladimir Putin ha fatto le condoglianze alla moglie e ai due figli di Drozdov con un messaggio pubblicato sul sito del Cremlino: «[Drozdov era] una spia leggendaria e un professionista eccezionale, una persona inammissibile e un vero patriota». L’annuncio della morte di Drozdov è stato dato dallo SVR (sigla che sta per Služba vnešnej razvedki), il servizio di intelligence che ha preso il posto del settore relativo all’estero del KGB dopo il crollo dell’Unione Sovietica; non sono state rese note le cause della morte.