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Sanzioni Usa alla Russia, un’«arma» multiuso

Colpire i russi nel nome dell’Ucraina per disturbare, in realtà, gli europei, o meglio ancora i tedeschi. La soluzione del Senato americano di imporre nuove sanzioni a Mosca mettendo nel mirino il progetto di Nord Stream 2 è un’arma diplomatico-economica multiuso. Il raddoppio del gasdotto che dal 2019 dovrà aumentare le forniture all’Europa passando sotto il Baltico è già un progetto tormentato e controverso. Oltre a non piacere agli americani, divide gli europei, con i Paesi dell’Est strenui oppositori e la stessa Italia poco entusiasta. Le proteste più vivaci non sono arrivate dal Cremlino, ma da due cancellerie particolarmente coinvolte nel grande progetto energetico: Berlino e Vienna. E non è un caso che il primo a contestare le sanzioni in Germania sia stato un politico dell’Spd, il ministro degli Esteri e vicecancelliere Sigmar Gabriel, secondo una tradizione che vuole i socialdemocratici piuttosto vicini alla lobby energetica russa, come dimostrò senza troppe remore Gerhard Schröder quando nel 2005, poco dopo aver perso le elezioni, si insediò nel board di Nord Stream. Washington mantiene alta in questo modo la pressione nei confronti della Germania, già accusata a più riprese da Trump e dai suoi strateghi economici di vantare un “vergognoso” attivo commerciale nei confronti degli Stati Uniti. In più entra a gamba tesa sulle politiche di approvvigionamento energetico dell’Europa, mercato potenzialmente molto interessante anche per le sue esportazioni di gas liquefatto.

Il dispositivo approvato a larghissima maggioranza dai senatori americani prevede infatti che il presidente possa sanzionare alcune società direttamente coinvolte nella realizzazione della pipeline. Un passaggio che preoccupa molto Austria e Germania, al punto tale da averle spinte a diramare una nota congiunta di protesta attraverso i rispettivi ministri degli Esteri. In teoria le sanzioni, come hanno sostenuto ieri fonti di Gazprom, che oggi controlla interamente Nord Stream 2, sono rivolte ad aziende americane. Resta però un margine di ambiguità che preoccupa Vienna e Berlino. Perché ci sono cinque società europee coinvolte nel progetto, un tempo come parte di un vero e proprio consorzio e oggi, dopo l’opposizione dell’antitrust polacco alla realizzazione del gasdotto, come «sostenitori». Si tratta delle tedesche Wintershall e Uniper, dell’austriaca Omv, della francese Engie e dell’anglo-olandese Royal-Dutch Shell. Non più tardi di aprile questi gruppi avevano messo a disposizione di Nord Stream 2 un finanziamento di 4,75 miliardi di euro, diviso in parti uguali, una cifra che avrebbe coperto metà dei costi complessivi. La soluzione americana, oltre a rompere il fronte comune con l’Europa sulle sanzioni a Mosca legate alla crisi ucraina, rende ancora più incerto un progetto che non convince nemmeno la Commissione europea. Bruxelles ha chiesto al Consiglio europeo un mandato per negoziare un accordo con Mosca poiché non è convinta che allo stato attuale Nord Stream 2 risponda ai requisiti europei di diversificazione e sicurezza energetica penalizzando invece la rotta che passa per l’Ucraina. Gazprom risponde che non c’è bisogno di un’intesa internazionale tra Commissione e Russia. Infine, viene messa in evidenza ancora di più l’ambiguità di fondo della Germania e della stessa cancelliera Merkel: intransigente sulle sanzioni alla Russia, ma altrettanto determinata a difendere gli interessi economico-energetici del suo Paese anche quando questi possono invece andare a discapito dell’Ucraina.