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Sul pianeta Russia, distante anni luce dall’Europa, la festa nazionale è il 12 giugno. Celebrata con solennità ma anche con disagio, perché il 12 giugno 1990 la Russia proclamò la sovranità, avviando un tragitto che Boris Eltsin, eletto presidente esattamente un anno dopo, condusse poi al distacco conclusivo dall’Urss. Ma prima ancora c’era stato un altro 12 giugno importante e sofferto, nella storia nazionale. Trent’anni fa, dinanzi alla porta di Brandeburgo a Berlino, Ronald Reagan si rivolse a Mikhail Gorbaciov: «Segretario generale - disse - se lei cerca la pace, se cerca la prosperità per l’Unione Sovietica e l’Europa orientale, se cerca una liberalizzazione, venga dinanzi a questa Porta. La apra. Signor Gorbaciov, butti giù questo muro».

Verrà ascoltato. La Russia però ha inciampato più volte nel suo tragitto, e ancora è spaccata nell’interpretare gli elementi della propria storia attuale, e va a cercare più indietro nel tempo la grandezza da celebrare. Soprattutto, non ha maturato quel tragitto di liberalizzazione di cui parlava Reagan. La giornata di ieri ne ha dato una dimostrazione drammatica, e surreale.

È un racconto di due Russie, la festa e la rabbia. Sulla tv di Stato i notiziari hanno tragitto il Paese in lungo e in largo per dare conto delle celebrazioni, raccogliendo le testimonianze entusiaste dei partecipanti - e qui insistendo sui giovani - rilanciando le parole solenni del presidente che, al Cremlino, distribuiva medaglie. Neanche una parola su quella parte del Paese che nello stesso momento, e con lo stesso tricolore in mano, scendeva per le strade per protestare contro la corruzione, considerata la base del sistema di potere, la ragione di tutti i suoi difetti.

Da Vladivostok a Ekaterinburg, ripetendo l’esperienza del 26 marzo, migliaia di persone hanno celebrato il “Giorno della Russia” dando voce ai propri problemi e ai timori per il futuro, cercando di farli gridare più forte dei canti patriottici. Ma questo è un sistema che ancora non riesce a prendere in considerazione la possibilità di essere criticato, di confrontarsi con un’opposizione. Le alternative non devono vivere. Né le nubi sulla festa.

Così la protesta di Aleksej Navalny è finita ancor prima che lui potesse uscire di casa. Il leader dell’opposizione che intende sfidare Vladimir Putin alle elezioni del 2018 sta cercando di costruire una campagna elettorale da Paese normale, con volontari, uffici di rappresentanza nelle regioni, dibattiti. Bandito dalla tv, imperversa sui social media. Il suo cavallo di battaglia è la lotta alla corruzione, la stessa arma che il regime agita contro di lui, sollevandogli contro un caso giudiziario dopo l’altro. Quella di Navalny è una corsa a ostacoli, che difficilmente approderà a una candidatura ufficiale: i sostenitori vengono regolarmente vessati, gli uffici perquisiti, le manifestazioni proibite. Lui, imperterrito, domenica sera ha alzato il tiro.

La manifestazione di protesta autorizzata per il 12 giugno avrebbe dovuto svolgersi lontano dal centro di Mosca, sulla prospettiva Sakharov. Ma neppure uno si era reso disponibile per fornire schermi e altoparlanti: «I corrotti ci impediscono di fare un meeting contro la corruzione», ha denunciato Navalny in un video online, invitando così tutti a marciare invece sulla Tverskaja, in centro, senza cartelli e senza slogan, proprio dinanzi alle barriere di sacchi di sabbia e alle ricostruzioni degli antichi villaggi russi installati per la festa.

Sono andati a prenderlo a casa. Arrestato e condannato a 30 giorni di carcere per aver organizzato una manifestazione non autorizzata. Il suo arresto è stato il primo di centinaia, tra Mosca e Pietroburgo. Di nuovo, tantissimi giovani. Attivisti trascinati via dagli agenti delle forze speciali mentre la gente guardava, un po’ questo e un po’ gli spettacoli in costume.