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Per Bill Browder la Russia è un affare di famiglia. Poi è arrivato Putin (e Trump)

Milano. A chi sta cercando la “smoking gun” sulla collusione tra la famiglia Trump e il regime di Vladimir Putin, Bill Browder non ha niente da dire, “non mi occupo di politica americana”, spiega sbrigativo al Foglio. Ma non ha dubbi sul fatto che l’convegno tra Donald Trump Jr e l’avvocatessa russa Natalia Veselnitskaya, nel giugno del 2016, sia stato organizzato “per avvantaggiare il Cremlino e per portare avanti la politica del Cremlino”: quando la Veselnitskaya dichiara di non avere alcun contatto con il regime di Mosca, “dice una bugia”.

Browder arriva a ipotizzare che l’avvocatessa al centro dell’convegno alla Trump Tower con Donald Jr abbia anche provato a incappare lo staff di Hillary Clinton, perché nemmeno la Veselnitskaya si occupa strettamente di politica americana, un presidente vale l’altro quando la tua battaglia è tanto precisa: ribaltare il Magnitsky Act, la legge americana che ha introdotto sanzioni contro quarantaquattro personalità russe coinvolte nella morte – “uccisione” – in carcere dell’avvocato Sergei Magnitsky, avvenuta nel novembre del 2009. Ero lì per discutere di “adozioni”, ha dichiarato ai media americani la Veselnitskaya, che è il modo russo di riferirsi al Magnitsky Act: quando la legge fu approvata dal Congresso americano nel 2012, il Cremlino reagì impedendo l’adozione di bambini russi da parte di famiglie americane. Il Magnitsky Act è il frutto del lavoro di Bill Browder, la giustizia “che non potevo ottenere in Russia l’ho cercata fuori dalla Russia”, ha raccontato: ha fatto sapere a tutti che quella non era stata una morte accidentale – la versione ufficiale di Mosca dice che Magnitsky è morto di infarto – ma un omicidio, commesso da otto agenti del carcere in cui era detenuto Magnitsky, che era il suo avvocato. “Red Notice. Scacco al Cremlino”, pubblicato in Italia da Baldini&Castoldi, è il racconto spesso raggelante dell’anno che Magnitsky ha passato in carcere, dell’isolamento a pochi giorni dalla morte, di come ci era arrivato, ma anche di come Browder è arrivato allo scontro con il Cremlino, e questa parte è un pezzo di storia dello stalinismo, perché la Russia, in casa Browder, è un affare di famiglia.

Il nonno di Bill era Earl Browder, nato in Kansas e figlio di un pastore metodista, capo dei comunisti americani negli anni Quaranta e prima leader sindacale e del socialismo agrario, passato alla storia perché aver tirato fuori il Partito comunista degli Stati Uniti dall’Internazionale comunista di obbedienza sovietica e staliniana. Earl Browder voleva creare un partito di sinistra legato ai sindacati, in opposizione a quei liberal che già allora simpatizzavano con il capitalismo, con l’intenzione di saldare l’alleanza tra Washington e Mosca nella lotta al nazismo. Si candidò due volte alla presidenza americana, nel 1936 e nel 1940, e il suo compagno di ticket, James Ford, fu il primo afroamericano della storia a comparire in una corsa alla Casa Bianca. All’inizio il suo progetto piacque ai vertici russi, ma Alexander Scherbakov, allora commissario politico dell’Armata rossa, decise di porre fine all’esperimento americano un po’ troppo progressista: lui voleva soltanto partiti comunisti pronti a combattere la Guerra fredda, e così Earl Browder fu bandito e la sua avventura finì lì. I suoi figli non si occuparono mai di politica (la moglie di Earl, che vide come cambiavano gli equilibri quando i sovietici s’incapricciavano, fece di tutto per evitare un coinvolgimento del resto della famiglia), ma poi arrivò il nipote, che aveva nove anni quando, nel 1973, Earl Browder morì.

In “Red Notice”, Bill Browder, che oggi ha 53 anni, dice di essere stato uno studente un po’ annoiato ma di aver capito al liceo che “avrei messo un abito e una cravatta e sarei diventato un capitalista. Nulla avrebbe fatto infuriare i miei genitori più di questo”. La classica rivolta di un ragazzo contro la famiglia. Dopo aver lavorato nella finanza a Londra, Browder ha fondato il proprio hedge fund, l’Hermitage Capital Management specializzato nella Russia post comunista e nell’ex Europa sovietica. “Mio nonno è stato il più grande comunista d’America – scrive – e io ho deciso di diventare il più grande capitalista dell’est Europa”. E così è stato, durante gli anni burrascosi di Eltsin era il più grande investitore straniero in Russia, ma poi gli anni Novanta sono finiti, è arrivato Vladimir Putin, e Browder si è ritrovato dall’altra parte, in contrasto con i vertici, come accadde a suo nonno. Uffici perquisiti, conti chiusi, poi il suo avvocato rinvenuto cadavere in una cella in cui era stato detenuto un anno “senza un motivo”.

E’ qui che la storia di Browder incrocia quella dell’avvocatessa Veselnitskaya – “ci siamo incontrati soltanto in tribunale”, dice – e soprattutto quella del suo principale cliente, che è anche il motivo per cui la Veselnitskaya era negli Stati Uniti nel giugno del 2016, tra Washington e New York. Si tratta di Denis Katsyv, figlio di Petr, che è stato ministro dei Trasporti e “ha lavorato con il procuratore generale russo, Yury Chaika”, sottolinea Browder: Chaika ha avuto un ruolo rilevante nell’arresto e nel maltrattamento in carcere di Magnitsky, e negli anni si è scontrato direttamente con Browder. Denis Katsyv è proprietario della società di investimento con sede a Cipro Prevezon Holdings “e ha sempre lavorato in società legate ai trasporti”: il collegamento con il lavoro al ministero del padre è piuttosto chiaro. Il marito della Veselnitskaya ha a lungo collaborato con la famiglia Katsyv ed è per questo che Denis è un cliente tanto speciale per l’avvocatessa: Denis è stato imputato dalla giustizia americana di aver partecipato al riciclaggio del denaro proveniente da un’evasione fiscale pari a 230 milioni di dollari, che era quella che era stata scoperta e denunciata da Sergei Magnitsky, il motivo per cui è poi stato messo in carcere dalle stesse persone che lui aveva indicato come colpevoli della frode (il caso contro Katsyv in America è nato nell’ufficio di Preet Bharara, ex procuratore di Manhattan licenziato con una certa brutalità da Donald Trump qualche mese fa: il nome di Bharara compare anche nella cosiddetta “blacklist anti Magnitsky”, che è stata stilata dal Cremlino all’indomani dell’approvazione del Magnitsky Act al Congresso, assieme alla misura restrittiva sulle adozioni).

La linea di difesa della Veselnitskaya è un attacco diretto a Browder: sarebbe lui coinvolto nella frode e sarebbe sempre lui ad aver ordito la morte in carcere di Magnitsky per coprire i suoi traffici illegali. Browder non commenta nemmeno l’accusa, ma spiega che l’offensiva contro la legge americana è ampia e dura, “ci sono molti soldi, molti rumors, molte persone coinvolte” dice. E’ il metodo utilizzato dalla Russia anche su altri dossier, che spesso s’intrecciano tra loro: quanti nomi già sentiti, quanti puntini che si uniscono. “Il lavoro della Veselnitskaya è questo: ribaltare la legge, costi quel che costi”, dice Browder. Il quale però è convinto che, nonostante il grande impegno, l’offensiva non riuscirà. “E’ una legge del Congresso americano – spiega – non si può ribaltare con una campagna di propaganda. Il movimento anti Magnitsky Act sarà anche forte e capillare, ma puoi avere tutti i contatti che vuoi, se la tua idea non è corretta non troverai ascolto, e il Congresso non è molto filorusso”. Un investimento così grande e un risultato così scarso: cosa dirà il Cremlino? “Il Cremlino gestisce molte operazioni di questo genere – dice pronto Browder – mette in conto che non possono funzionare tutte. Al regime basta che ne vada in porto qualcuna per ritenersi soddisfatto”. Il pensiero di quale possa essere, questa operazione di successo, non è affatto rassicurante.