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Le "carezze" di Trump piegano Conte su Russia, F35 e Tap

Si nasce incendiari ma si muore pompieri. L'antico adagio può essere aggiornato per raccontare l'evoluzione «istituzionale» del Movimento grillino. All'opposizione sbandierano i vessilli pacifisti e pauperisti; al governo accettano tutto: dalla Tap ai costosi F35. Il viaggio di Giuseppe Conte negli Stati Uniti ha mostrato la versatilità del nostro esecutivo. Se è vero che Conte ha incassato l'appoggio di Trump su diversi fronti (immigrazione, crisi libica), ha dovuto però ammettere alcuni «paletti» imposti da The Donald. Innanzitutto il programma F35 deve continuare. L'Italia deve mantenere gli impegni ventennali presi per l'acquisto dei sofisticati aerei militari. Mentre anche il migliore alleato americano (Israele) fa un passo indietro a proposito degli F35, il nostro premier tace di fronte alla richiesta di Trump. Cioè acconsente. Superando, in tal senso, anche la posizione cauta espressa dal ministro Elisabetta Trenta cinque giorni fa. Il responsabile della Difesa, infatti, aveva mostrato molto scetticismo al riguardo. È pur vero che non si tratta di una sostanziale retromarcia. Il «contratto» riguardante gli F35 è stato firmato nel 2002 e fin qui onorato da tutti i governi (soltanto il gabinetto Monti fece un taglio degli ordinativi). A oggi, secondo l'Osservatorio sulle spese militari italiane Milx, l'Italia ha acquistato almeno 26 F35, di cui dieci già consegnati (nove all'Aeronautica e uno alla Marina). Dunque Conte sembra aver espresso l'intenzione di mantenere gli ordini per questi 26 velivoli e di voler fare un supplemento di riflessione circa i 64 restanti. Ma cosa succederebbe se Roma rinunciasse agli altri 64 aerei, o decidesse di diminuirne il numero? «L'opzione di ridimensionare la partecipazione nazionale al programma», si legge nel rapporto sugli F35 della Corte dei Conti del 2 agosto 2017, «pur non soggetta di per sé a penali contrattuali, determina potenzialmente una serie di effetti negativi». Cose che ovviamente in campagna elettorale i grillini si sono guardati bene dal tenere in considerazione. Insomma le carezze di Trump non sono poi così disinteressate. L'Amministrazione americana ha infatti chiesto all'Italia il mantenimento della presenza militare in Afghanistan e il completamento sul completamento della Tap (Trans Adriatic Pipeline), il gasdotto che dovrebbe passare per la Puglia e che Washington ritiene strategica per spezzare la dipendenza europea da Mosca. L'Italia insomma anche sul fronte della Tap deve mantenere gli impegni presi. Per inciso, va ricordato che le penali in questo di ritiro del nostro Paese dal progetto sono molto alte (dai 40 ai 70 miliardi di euro). Anche in questo caso il populismo dei Cinque Stelle e della Lega si scontra con una «ragion di Stato» che se pur non mostra chiaramente quali siano gli interessi italiani nella questione, stabilisce chiaramente quali siano quelli americani (una spallata al monopolio russo sul fronte del rifornimento di gas naturale).

E intanto Trump ha annunciato che il deficit commerciale con l'Italia va ridimensionato. Quei 31 miliardi che dividono l'import/export Italia-Usa devono essere ridotti. E per far questo ovviamente non basta dire agli investitori internazionali: «puntate sull'Italia», bisogna pure chiedere al Belpaese di mettere mano al portafogli e iniziare a fare uno shopping negli Stati Uniti meno sparagnino che nel passato. Tuttavia i grillini continuano a vedere il viaggio di Conte come un successo. «C'è piena sintonia tra il premier e il presidente Usa - gongola il grillino Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri -. Torniamo a consolidare uno storico legame commerciale con la prima economia mondiale». Appunto: tutto come prima.