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Trattato Inf: la Russia è un pretesto, l'obiettivo di Trump è la Cina

Il governo degli Stati Uniti ha annunciato, ma non formalmente adottato l’uscita dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio in vigore dal 1987. Contrariamente a quanto si possa credere il vero obiettivo dell'uscita dall'INF non è Russia, ma la Cina.

Il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio

Il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio si basa sul principio che a causa degli effetti indiscriminati e del azzardo di escalation, le cosiddette armi nucleari sul campo di battaglia sono irrilevanti per le operazioni militari del mondo reale. L'accordo vieta lo sviluppo di missili a raggio intermedio con una gittata compresa tra i 500 ed i 5500 km (310 e 3.420 miglia). In sintesi: I missili balistici e da crociera a raggio intermedio potrebbero essere lanciati così rapidamente e quindi coprire la distanza dai bersagli in tempi ridotti da impedire ad un avversario di rispondere. Il Trattato INF del dicembre del 1987 si riferiva soltanto agli asset lanciati da terra. L’INF vieta anche i lanciatori. Il documento non aveva come fine quello di rendere impossibile la guerra nucleare, ma di renderla meno probabile eliminando le armi a raggio intermedio. L'accordo ha eliminato un'intera classe di sistemi a medio raggio lanciati a terra con la distruzione di circa 2.700 missili e posto fine ad un pericoloso stallo in Europa. Il Trattato si applica rigorosamente a Russia e Stati Uniti. L'Asia ospita molti stati con grandi arsenali IRBM. L'idea di multilateralizzare l'INF è in circolazione da più di un decennio, ma né Mosca né Washington hanno dedicato un serio sforzo all'ipotesi di invitare Pechino che, qualora accettasse (e non lo farà), dovrebbe eliminare il 95% dei suoi circa duemila missili balistici e da crociera. Lo storico patto bilaterale ha lasciato che la Cina accumulasse un arsenale missilistico schierato in prevalenza nell'altopiano del Tibet e che metterebbe a azzardo gli Stati Uniti i suoi alleati in Asia e la stessa Russia. Pechino non ha mai espresso alcun interesse al Trattato INF e non prenderà in considerazione tale possibilità.

Le decisioni di Trump: L’effetto a cascata

L'architettura dei trattati sul controllo degli asset nucleari è oggi piuttosto traballante, basti pensare che non si prevedono colloqui sull'estensione del Nuovo START (a meno che Trump e Putin non decidano di prolungarlo di cinque anni così come previsto dall'articolo XIV dell'accordo). Questa soluzione non dovrà essere presa formalmente fino al 2021. Ciò significa che molto dipenderà dal risultato delle elezioni del 2020. I cambiamenti politici potrebbero modificare la attuali traiettorie. Intanto l'attuale quadro generale è frutto di una nuova e rinvigorita rivalità geopolitica tra Russia e Stati Uniti da una parte e Cina e Stati Uniti dall'altra. Il deterioramento delle relazioni tra gli Stati Uniti ed i suoi rivali probabilmente provocherà ulteriori pressioni per aumentare le spese militari e sviluppare nuove armi. In ogni caso nessuna delle risposte avverrà velocemente. John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha sempre criticato ogni tipo di accordo percepito come una violazione alla sovranità degli Stati Uniti. La diplomazia è al lavoro sebbene Bolton non abbia mai particolarmente apprezzato le disposizioni contemplate nei due trattati INF e New START. Quest'ultimo, che riguarda la limitazione delle armi nucleari per Russia e Stati Uniti, scadrà nel 2021. La soluzione sul Trattato INF avrà certamente ripercussioni sulla estensione o rinnovo del New START. Da rilevare che né il Dipartimento di Stato né il Pentagono hanno ancora rilasciato dichiarazioni sul ritiro degli Stati Uniti dal Trattato INF. La soluzione di uscire dal Trattato INF non proviene dal Dipartimento di Stato (che normalmente ha giurisdizione sugli accordi), ma dal Consiglio di sicurezza nazionale di Bolton. L'idea di Bolton per un nuovo trattato che possa limitare solo il numero di testate dispiegate senza alcuna verifica non sarà mai accettata dalla Russia. Trentacinque anni fa, in risposta agli SS-20 Saber puntati contro le capitali europee, Italia, Regno Unito, Belgio, la Germania occidentale ed i Paesi Bassi accettarono di schierare 572 missili statunitensi armati con testate termonucleari. Oggi sembra altamente improbabile che uno di questi Paesi possa essere disposto ad ospitare i nuovi “euromissili”.

Sul fronte cinese è improbabile che Corea del Sud, Filippine, Giappone e Vietnam possano ospitare asset strategici puntati contro Pechino. Esclusa l’India che crede profondamente nella sua autonomia strategica, Washington potrebbe schierare i missili a Guam. Per quest'ultima ipotesi, i missili sarebbero in grado di raggiungere obiettivi in ​​Cina molto più velocemente delle armi aviolanciate. Sarebbero comunque più lenti delle opzioni strategiche basate sul mare.

E' imperativo portare a termine un serio confronto sul controllo degli armamenti nucleari, rilanciando il dialogo sulla stabilità strategica. Il primo passo dovrebbe essere un accordo preliminare per estendere il Nuovo START al 2026: Solo in questo modo le parti potranno proseguire i negoziati in buona fede e su misure legalmente vincolanti. Ad oggi il Trattato sull'eliminazione dei missili a medio e corto raggio resta in vigore.

L’ombrello nucleare degli Stati Uniti

Le armi nucleari sono per natura indiscriminate e ogni loro utilizzo comporta il azzardo di un'escalation incontrollata. Il requisito primario della sicurezza nazionale statunitense è la protezione del proprio popolo, ma l’ombrello nucleare e convenzionale Usa si estende per oltre trenta stati in tutto il mondo. Il concetto di deterrenza estesa significa semplicemente che uno Stato fornirà la sicurezza ad secondo Stato paventando la ritorsione contro un terzo che potrebbe desiderare di attaccarlo. È un’estrapolazione logica della teoria della deterrenza. La deterrenza estesa impegna gli Stati Uniti ad entrare in guerra con un’altra grande potenza per proteggere uno Stato più vulnerabile. Quando gli Stati Uniti scelgono di garantire la deterrenza estesa ad un altro Stato, tale impegno include tutte le misure previste, comprese quelle nucleari. La deterrenza è essenzialmente un’arma psicologica attiva sulle percezioni del potenziale avversario, ma perderebbe la sua efficacia senza una capacità credibile. I giudizi non possono essere determinati dalla moda, ma l’unica utilità positiva delle armi nucleari è il loro non impiego. Il concetto Dial-a-yield è puramente teorico e si basa sulla facilità di impiego a causa delle resa esplosiva relativamente piccola. La deterrenza è però efficace poichè significa chiarire le minacce. Ed è proprio compito della diplomazia "rassicurare". Senza una chiara rassicurazione, la deterrenza aumenterà il azzardo di un'escalation nucleare incontrollata.

La deterrenza statunitense si basa su un arsenale in grado di scongiurare qualsiasi ricorso al nucleare: è il concetto della Distruzione Mutua Assicurata. Non è concepito in linea teorica per essere utilizzato per prevenire o durante un attacco convenzionale o in presenza di impiego di armi chimiche e biologiche sul campo. Il principio di base di questa postura è che nessun avversario avrebbe alcuna ragionevole possibilità di azzerare l'intatto arsenale nucleare americano e sfuggire ad un apocalittico attacco di rappresaglia. L’infallibilità del ruolo di Presidente degli Stati Uniti gli conferisce questa precisa capacità di discernimento. Come parte vitale della deterrenza nucleare Usa, Donald Trump può autorizzare senza la dichiarazione di guerra del Congresso un attacco preventivo (First Strike) e di rappresaglia (Second Strike) in risposta alla rilevazione di testate nucleari nemiche in volo o pericolo imminente per sopravvivenza stessa della nazione. In sintesi: non esiste limite al potenziale uso della forza nucleare.

Lo scopo finale delle armi nucleari è il medesimo elaborato alla fine degli anni ’40: sconfortare un attacco armato contro gli Stati Uniti e proteggere i suoi alleati. Per definizione, “gli asset nucleri sono uno strumento per impedire l’aggressione di qualsiasi tipo contro gli interessi nazionali e vitali dell’America”. E’ il concetto della garanzia politica. E’ il medesimo che si applica, ad modello, per la bomba nucleare tattica guidata B-61 in Europa. Le B-61 dovrebbero rappresentare un deterrente strategico ritenuto in grado di distogliere anche gli stessi alleati dallo sviluppare armi nucleari fatte in casa. Vanno quindi intese come una garanzia politica degli Stati Uniti, che ne detengono la proprietà e la discrezionalità, a protezione dell’Europa. L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord è stata concepita per supportare logisticamente la presenza in Europa degli Stati Uniti. Parliamo di una strategia che proviene direttamente dalla guerra fredda. La responsabilità condivisa per le armi nucleari si basa sulla solidarietà degli alleati della Nato e l’unità di intenti a protezione dell’integrità territoriale. Ma è ancora valido il concetto di arma nucleare tattica o arma nucleare non strategica? No. Non esiste alcuna arma nucleare tattica.

I missili che gli Stati Uniti potrebbero schierare in Europa ed Asia

In caso di attacco contro la Russia o la Cina, le forze statunitensi si affiderebbero a piattaforme che assicurerebbero una maggiore sopravvivenza rispetto ai sistemi di lancio terrestri.

Il missile da crociera BGM-109G Gryphon era essenzialmente un missile Tomahawk terrestre gestito dall’Air Force e schierato in tutta l'Europa occidentale. Il Grifone aveva una portata maggiore rispetto alle altre varianti Tomahawk con una capacità di colpire bersagli a 2500 km. Il sistema era armato con una testata termonucleare W84 a potenza scalare (da 0.2 a 150 kilotoni). Sebbene la produzione Gryphon sia stata interrotta ed i lanciatori distrutti nel 1991, il missile Tomahawk è ancora in produzione. Sarebbe a sufficienza semplice costruire un nuovo Grifone. Il punto è capire se possa essere in grado di superare le moderne difese aeree russe e cinesi.

E' anche la seconda opzione a basso rendimento prevista nella Nuclear Posture Review. L’idea sarebbe quella di armare l'ultima versione dei missili da crociera Tomahawk con testate nucleari e schierarli sui sottomarini della Marina al largo delle coste europee. La mossa rafforzerebbe la deterrenza estesa sul continente ed avverrebbe in risposta alla presunta violazione russa del Trattato sulle forze nucleari intermedie. L'ultima volta che la Casa Bianca ha per perseguito tale strategia è stata negli anni '80, quando Stati Uniti ed Unione Sovietica schierarono centinaia di armi nucleari in Europa, sollevando i timori di una guerra termonucleare generale e scatenando massicce proteste. La crisi si è conclusa solo nel 1987 quando Ronald Reagan ed il presidente dell'Unione Sovietica Mikhail Gorbachev siglarono il Trattato INF portando all'eliminazione di tutti i missili terrestri con un'autonomia compresa tra i 500 ed i 5500 km. Il Presidente George H.W. Bush ha continuato lo smantellamento degli obsoleti arsenali della guerra fredda ritirando tutte le armi nucleari dalle navi della Marina. Il processo storico è stato concluso durante l'amministrazione Obama, con lo smantellamento dei missili da crociera nucleari Tomahawk.

Secondo i sostenitori del Tomahawk Land Attack Missile-Nuclear ritirato nel 2013, quest'arma nucleare sarebbe utile nell'attuale clima generale come un'opzione aggiuntiva nel negare le minacce in evoluzione. Tatticamente parlando, in Europa vi è un chiaro squilibrio tattico nucleare tra gli Stati Uniti (NATO) e la Russia. Non vi è alcun accordo internazionale tra Mosca e Washington sull’aspetto qualitativo e quantitativo delle testate nucleari tattiche. Il trattato START, attualmente in vigore, si rivolge specificatamente alle testate strategiche ed ai loro lanciatori. Tuttavia quelle 150 bombe nucleari tattiche B61 a potenza scalare possiedono una resa esplosiva indifferente se paragonata alle 1850 testate che la Russia, secondo gli Stati Uniti, avrebbe a disposizione solo in quel teatro. Più che una forza di reazione rapida (non sarebbero sufficientemente potenti per decapitare la linea di comando nemica, mentre il concetto scalare è prettamente letterale), le B61 dovrebbero rappresentare un deterrente strategico ritenuto in grado di distogliere anche gli stessi alleati dallo sviluppare armi nucleari fatte in casa. Vanno quindi intese come una garanzia politica degli Stati Uniti, che ne detengono la proprietà e la discrezionalità, a protezione dell’Europa. L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord è stata concepita per supportare logisticamente la presenza in Europa degli Stati Uniti. Parliamo di una strategia che proviene direttamente dalla guerra fredda. La responsabilità condivisa per le armi nucleari si basa sulla solidarietà degli alleati della Nato e l’unità di intenti a protezione dell’integrità territoriale.

Da un punto di vista tattico, ridistribuire il TLAM-N in un numero selezionato di unità navali potrebbe completare questa lacuna senza violare il trattato INF. Il TLAM-N fornirebbe alla Nato un'opzione di attacco praticabile, a differenza della B61-12, anche in caso di invasione russa degli Stati Baltici. Secondo i sostenitori della nuova Nuclear Post Review, la ridistribuzione del TLAM-N fornirebbe una chiara rassicurazione agli alleati degli Stati Uniti, come opzione superiore a quella convenzionale. La ridistribuzione del Tomahawk nucleare (TLAM-N) offrirebbe agli Stati Uniti nuove opzioni per affrontare le sfide che le armi convenzionali potrebbero non essere in grado di contrastare. A livello strategico, il TLAM-N potrebbe avere un maggiore effetto deterrente per i potenziali avversari ed un effetto rassicurante per gli alleati. I Tomahawk nucleari verrebbero probabilmente posizionati solo a bordo dei sottomarini. Qualsiasi sottomarino d'attacco può trasportare questi missili così come i boomer. Proprio i sottomarini d'attacco entrerebbero a far parte della ridondanza strategica e dovrebbero essere armati in numero credibile. La testata necessaria potrebbe sfruttare il programma di estensione della B61 o per il sistema LRSO. Tale capacità fornirebbe un'opzione credibile e duratura per un'estesa deterrenza in Europa e nel Pacifico.

I militari statunitensi puntano per reintrodurre nei Tomahawk la capacità nucleare, ma le armi tattiche nucleari non sono l'unica cosa che si frappone tra la NATO e la sconfitta convenzionale contro le preponderanti forze russe (che non sono quelle dell'Unione Sovietica) in Europa. Gli Stati Uniti mantengono un ampio margine convenzionale sull'esercito russo e potrebbero impartire ingenti danni a Mosca in caso di conflitto convenzionale. Per i sostenitori del ripristino delle capacità nucleari del Tomahawk, tale asset darebbe maggiore credibilità alla Nato, colmando il divario tra armi convenzionali e strategiche. Tuttavia, esiste una guerra nucleare limitata? Esiste la proporzionalità avviati lanci di asset con testate nucleari? La risposta è no poiché le armi nucleari sono per natura indiscriminate e ogni loro utilizzo comporta il azzardo di un'escalation incontrollata. Se la Nato vuole distogliere la Russia deve concentrarsi sul costruire reali capacità che gli permettano di prevalere in un conflitto armato. Ciò non significa nuove capacità nucleari, ma piuttosto il continuo potenziamento delle capacità convenzionali della Nato. Reintrodurre asset solo perchè un avversario mantiene qualche cosa di simile è assolutamente controproducente. I Tomahawk nucleari non sono fondamentali per soddisfare i nuovi requisiti strategici.

Il Joint Air-to-Surface Standoff Missile o AGM-158 JASSM-ER è un missile da crociera di precisione a bassa osservabilità lungo 4,35 metri e pesante circa mille kg. E’ armato con una testata WDU-42 / B (J-1000) da 454 kg progettata per la penetrazione contro bersagli induriti. L’AGM-158 vola automaticamente seguendo il profilo del terreno attraverso una rotta predeterminata. La navigazione inerziale/GPS associata ad un sistema di riconoscimento del bersaglio con cercatore infrarosso, garantisce una probabilità di errore circolare inferiore ai 2,4 metri. L’AGM-158 JASSM-ER può colpire bersagli ad una distanza massima di 850 km. E’ stato utilizzato per la prima volta lo scorso aprile durante l'attacco aereo della Nato in Siria. La versione terrestre JASSM-XR potrebbe essere armata con una testata nucleare. Il suo disegno a bassa osservabilità dovrebbe conferirgli maggiori possibilità di superare le difese aeree nemiche di ultima generazione.

La Difesa Arcipelagica: la Russia è un pretesto, il vero obiettivo è la Cina

I Tomahawk con testata termonucleare schierati in Europa (dove ancora non si sa) non cambieranno assolutamente nulla da un punto di vista strategico con la Russia. A nulla sono servite le 150 B61 a potenza scalare stoccate in Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia. Nessuno li utilizzerebbe mai in un vero conflitto poiché, tra le altre cose, non possiedono la potenza necessaria per decapitare la linea di comando nemica. Il concetto scalare è ambiguo, poiché la resa di un asset nucleare sarà sempre strategica. Il vero obiettivo dell'uscita dall'INF è la Cina. Pechino non desidera essere vincolata da quel trattato che metterebbe al bando il 95% dei suoi missili. A sua volta senza l'uscita dall'INF gli Usa non potrebbero attuare la strategia della Difesa Archipelagica (ben spiegata da Andrew Krepinevich) concepita per trasformare le acque all'intimo della prima catena di isole ed i mari vicini alla Cina in terra di neppure uno. La Difesa Archipelagica è strutturata su forze di terra schierate sulla prima catena di isole armate con lanciatori mobili (intercettori e missili da crocietra) ed artiglieria.

Pechino ha sviluppato una serie di missili balistici a corto e medio raggio come parte della strategia A2 / AD per impedire agli Stati Uniti di intervenire nelle sue immediate aree di interesse. La strategia cinese è concepita per degradare le capacità di Washington di fornire supporto militare ad i suoi alleati e partner in caso di guerra. Appare quindi evidente che l’uscita dal Trattato INF comporterà diverse implicazioni per il Giappone, inclusa la possibilità (teoricamente parlando) di ospitare l’arsenale missilistico a medio e corto raggio degli Stati Uniti. Ecco perché l’uscita dall’INF andrà a mutare il contesto dell’Asia orientale. Entro il 2020, la Marina e l'Aeronautica Militare degli Satti Uniti prevedono di schierare il 60% delle loro forze nella regione Asia-Pacifico. Questi cambiamenti sono chiaramente pensati per controllare una Cina sempre più assertiva.

Cina, Trattato INF: Pechino vuole riconosciuta la Distruzione mutua assicurata

Nelle ore in cui Stati Uniti e Russia discutevano a porte chiuse sulle sorti del Trattato INF, l'autorevole Carnegie-Tsinghua Center for Global Policy con sede a Pechino pubblicava un approfondimento sulla credibilità della deterrenza cinese e la percezione estera. Molte delle procedure per l’impiego di asset strategici sono classificate, tuttavia affinché il deterrente sia credibile alcuni dettagli chiave sono pubblici in modo da comunicare i rischi a qualsiasi avversario. E’ il principio della deterrenza che si basa sull’equilibrio tre le scarse informazioni diramate e quelle coperte da segreto militare. Informazioni sufficienti per tentare di spaventare il nemico. La deterrenza dipenderà sempre da un certo grado di indeterminatezza e di incertezza. La Cina, secondo il think tank della prestigiosa Tsinghua University, non possiede un deterrente nucleare a sufficienza credibile. In ogni caso non così potente da garantire nella percezione degli avversarsi la Distruzione mutua assicurata. I cinesi ritengono compromessa la credibilità della rappresaglia. Per il think tank la Cina dovrebbe diversificare la struttura delle sue forze nucleari così da garantire la rappresaglia se attaccati.

La Cina è una nuova realtà strategica. Washington potrebbe essere costretta a riconoscere la reciproca vulnerabilità con la negazione o con l’approvazione. In entrambi i casi, la Casa Bianca dovrà ridefinire le percezioni di deterrenza estesa e le sue capacità nucleari nella regione.