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Ma la linea diretta tra Mosca e Washington ora si è interrotta

"Take shelter or flee". Novanta minuti per mettersi al riparo o scappare. Per evitare l'incidente. I soldati russi di stanza nella base militare di al-Shayrat sono stati avvisati con anticipo, con una telefonata "prolungata", prima che gli Stati Uniti sganciassero 59 missili Tomahawk sulla postazione controllata dal regime di Bashar al Assad e da cui sarebbe partito, secondo Washington, l'attacco chimico su Idlib martedì scorso.

Fonti ufficiali hanno riportato al New York Times che, stando alle informazioni in possesso degli americani, circa cento soldati russi si trovavano nei pressi della base tra le più strategiche della Siria, a 30 chilometri da Homs e in posizione conforme al regime - di cui la Russia è il principale alleato insieme all'Iran - per lanciare il maggior numero di raid contro le aree fuori dal controllo governativo a Homs, Hama e Idlib. Non a caso la chiamano "l'aeroporto della morte".

Alle 8,45 pm orario di Washington, viene data ai russi un'ora e mezzo per allontanarsi ed evitare il contatto "diretto" tra le forze militari di Mosca e i missili di Washington. Contatto che sarebbe "pericoloso in modo catastrofico", per usare le parole del capo della Commissione Esteri del Senato russo Kosachev. Per questo tra Usa e Russia era stata attivata una linea di comunicazione militare. Ma dopo l'attacco di questa notte il ministero della Difesa russo ha annunciato ufficialmente al Pentagono la chiusura della linea che serviva a prevenire incidenti tra gli aerei militari in Siria. A partire dalla mezzanotte di domani i telefoni suoneranno a vuoto.

È il segnale che le relazioni tra le due superpotenze hanno "toccato il fondo", dice il primo ministro russo Medvedev e segue la notizia, riportata da Fox News, di una nave da guerra russa avvistata nel Mediterraneo per dirigersi verso i due cacciatorpedinieri americani che hanno lanciato l'attacco missilistico.

Il timing dato dagli Usa alla Russia porta tuttavia con sé anche un altro messaggio, non meno rilevante: dopo il fallimento della via diplomatica tentata già mercoledì al Palazzo di Vetro dell'Onu per gli attacchi con il gas sferrati da Damasco, gli Stati Uniti non si sottrarranno al braccio di ferro con Mosca: per Bashar al Assad è arrivato il momento di lasciare.

"La nostra azione è stata molto misurata e siamo pronti a fare di più, ma speriamo che non sia necessario", ha dichiarato l'ambasciatrice Usa all'Onu Nikki Haley intervenendo al Coniglio di sicurezza convocato con urgenza su richiesta di Mosca per "l'aggressione contro uno Stato sovrano". Washington fa sapere che ci potranno essere "altre azioni" in Siria.

L'interventismo imprevisto di Trump scioglie di fatto l'ambiguità del presidente degli Stati Uniti nei confronti della Russia. Durante la campagna elettorale non aveva lesinato messaggi distensivi nei confronti del Cremlino e non erano mancate, da parte dei suoi avversari, le accuse al tycoon di essere troppo vicino a Vladimir Putin. Non solo: Trump si era più volte espresso contro l'intervento militare nella guerra civile siriana. E aveva aspramente criticato il suo predecessore Barack Obama respingendo le ipotesi di coinvolgimento. Questo nel 2013, quando l'amministrazione del democratico valutava l'intervento dopo che centinaia di persone erano state uccise nell'attacco con armi chimiche del 21 agosto del 2013 a Ghouta, alle porte di Damasco. Quando, cioè, Assad aveva oltrepassato la "red line", come accaduto martedì.

La chiusura della linea diretta complica ora la via d'uscita diplomatica, tentata fino a giovedì notte senza grandi pretese, viste le accuse reciproche e continue tra Mosca e Washington. Secondo gli americani la Russia è responsabile per non aver vigilato sull'alleato siriano e di non avergli impedito l'uso di armi chimiche dal 2013 ad oggi. E non solo: il Pentagono è alla ricerca di prove della complicità del Cremlino nell'attacco chimico di martedì. L'esercito statunitense vuole capire se un jet russo ha sganciato una bomba su un ospedale cinque ore dopo l'attacco chimico con l'obiettivo di distruggere le prove di quanto successo. Ma Damasco ha affermato più volte di non essere in possesso di armi chimiche e ha imputato i ribelli e la sua propaganda mediatica. Dal canto suo la Russia ha definito il raid Usa un "flop" e lo dimostrerebbe il movimento nella base colpita da dove, in serata, sono partiti due aerei militari per operare nell'area di Palmira.

Trump ha seguito l'attacco missilistico dalla Florida dove ha ospitato, nella sua tenuta a Mar-a-Lago, il presidente cinese Xi Jinping, altro player fondamentale nello scacchiere internazionale per gli equilibri nell'area del Pacifico. Oltre alla Siria, l'attenzione degli Stati Uniti è rivolta alla Corea del Nord, già "informata" dal segretario di Stato Rex Tillerson: la pazienza verso le sue "provocazioni" reiterate con i test missilistici nel Pacifico "è finita". Ma l'intento di Trump è anche quello di rinsaldare l'asse con Israele, che durante l'amministrazione Obama aveva sofferto non poco il raffreddarsi delle relazioni. Messaggio per Netanyahu: l'America è tornata.

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