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Il geniere disperso in Russia «torna a casa» 74 anni dopo

«All'era eravamo delle bambine: lo zio non lo abbiamo mai conosciuto, ma in casa ascoltavamo i racconti che lo riguardavano e sentivamo la sofferenza e la speranza dei nonni. Loro lo hanno sempre aspettato...».

Rivedono l'immagine di nonna Ginevra che continua a pregare dinanzi al quadro della Madonna per quel figlio inghiottito dalla guerra, fino a convincersi che fosse morto di freddo. E rivedono nonno Emilio che allontana i momenti di crisi facendo esercizio di ottimismo: «Un giorno passò una moto, lui sapeva quanto allo zio piacessero i motori, ed esclamò sorridendo: “Quando Arnaldo torna, gliene compro una così”. Non si voleva rassegnare».

Lo raccontano con infinita commozione Ennia ed Angela Civa, sorelle. Toccherà a loro e alla madre Gina accogliere l'ultimo viaggio di Arnaldo, geniere del XL Gruppo Lavoratori della 172a Compagnia disperso in Russia. Di lui, partito a 22 anni da Cortile San Martino, si erano perse le tracce il 6 gennaio 1943, cinque giorni dopo l'ultima lettera in cui rassicurava i genitori e raccontava di aver trascorso quel Capodanno con altri parmigiani. «E speriamo che alla fine di quest’anno si possa essere a casa a passare quelle belle feste», scriveva.

Oggi sono i pochi grammi di un piastrino di metallo rosicchiata dal tempo a riannodare presente e passato e a riempire i vuoti della storia della famiglia Civa. E' arrivata nei mesi scorsi tra le mani generose e subito operose di Antonio Respighi, alpino di Abbiategrasso, e della moglie Gianna, che dal 2009 – per caso, ma forse per destino – si sono presi a cuore il finale delle storie di centinaia di famiglie italiane. Durante un «pellegrinaggio» in camper in Russia, nei luoghi in cui hanno combattuto i nostri soldati, sono incappati in un uomo che col metal detector aveva ritrovato decine e decine di medagliette di riconoscimento. E da allora – tenendo aperto quel canale – girano l'Italia per le riconsegne, in collaborazione con le Amministrazioni locali. «Perché è lo Stato che li ha mandati in guerra, ed è giusto che sia lo Stato a riportarli a casa», ripetono.

Già quattro volte sono arrivati nel Parmense col loro bagaglio di memoria privata ma allo stesso tempo collettiva, e nel 2011 la loro missione è stata rilanciata anche dalla trasmissione «Chi l'ha visto?». «L'avevamo guardata anche noi – raccontano Ennia e Angela – e ci eravamo dette: “Chissà, magari c'è anche lo zio Arnaldo”. Ma sembrava una ipotesi assurda. E invece dopo 5 anni....».

Dopo 5 anni e una telefonata, confidano, hanno pianto per una settimana. Lacrime di di felicità, di dolore, di rammarico, di tutte le emozioni respirate in famiglia in questi oltre 70 anni senza notizie. «Per noi e per nostra madre Gina, che a 95 anni ha ancora una memoria invidiabile, è stato come chiudere un cerchio. Siamo andate a cercare le foto e le lettere dal fronte, abbiamo ritrovato le pagelle e i diplomi dello zio. E pensato a quanto era giovane: lui come tanti. Ragazzi che avrebbero avuto la vita dinanzi...».

I 23 anni di Arnaldo Civa parlano di un ragazzo sensibile, sveglio ed estroverso con la passione per la bicicletta e per la falegnameria. Aveva lavorato per il mobiliere Mazzoni, ed era stato spinto a partecipare ai concorsi nazionali per falegnami e mobilieri indetti dal Pnf, arrivando secondo. La traccia della sua abilità resta in alcune cornici intarsiate realizzate prima della partenza per la guerra nel 1942. Anche Ennio, il fratello, era stato chiamato alle armi: fu fatto prigioniero dagli Alleati in Nord Africa e trasferito a Honolulu, alle Hawaii. «Nostro padre tornò quasi un anno dopo la fine del conflitto in Italia, ma tornò. E sin da subito il nonno, che aveva combattuto nel Primo conflitto mondiale, lo mandò regolarmente alla Croce Rossa a chiedere notizie dello zio. Invano». Di Arnaldo e della sua storia militare restavano tre lettere inviate - ravvicinate, tra affetto e nostalgia - dopo il suo arrivo in Russia, intorno al 14 dicembre: il 20, il 22, e poi quell'ultimo foglio del 1° gennaio.

Con la posta sottoposta a stretta censura, si preoccupava di avere notizie dei familiari e del fratello Ennio, scriveva di lavorare per costruire delle baracchette, chiedeva di inviargli tabacco, fazzoletti e carta da scrivere, lamette e caramelle per la tosse. «Non sappiamo se ne abbia scritte altre mai arrivate, o se quella sia stata l'ultima che abbia potuto inviare».

Le carte ufficiali lo danno disperso il 6 gennaio. «Ma a casa nostra hanno sperato per anni, e forse è stato meglio così: che abbiano sperato. Poi non vedendolo tornare la nonna si è lasciata andare, si è ammalata ed è morta nel 1957. Solo allora il nonno ha deciso di mettere la foto dello zio Arnaldo vicino alla sua». E di dare al silenzio una definizione. Certa nella sua incertezza: che quel figlio non sarebbe comunque tornato. 74 anni dopo, simbolicamente, un piastrino ritrovato permetterà alla sua storia, alla storia del dolore di una famiglia, di riposare finalmente in pace.