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Attentato in Russia: il pianto è breve per il primo Paese vittima di una guerra santa

  Il problema è più serio e più profondo e sta nel tenace rifiuto occidentale di riconoscere una verità storica: la Russia è stata il primo Paese europeo a essere investito da un jihad proclamato dall’estremismo islamico.

Il compianto per i morti della metropolitana di San Pietroburgo è durato poco, com’era prevedibile. E non solo perché subito è arrivata una strage in Siria o un fatto di cronaca in Italia a prendersi le prime pagine. Il problema è più serio e più profondo e sta nel tenace rifiuto occidentale di riconoscere una verità storica: la Russia è stata il primo Paese europeo a essere investito da un jihad proclamato dall’estremismo islamico. 

Per la verità, se volessimo essere corretti, dovremmo dire che la prima “guerra santa” fu addirittura scatenata contro l’Urss, in Afghanistan, da parte di quelli che allora chiamavamo “mujaheddin del popolo” e che oggi chiameremmo jihadisti. L’Urss aveva invaso l’Afghanistan per eliminare un regime e sostituirlo con uno a essa gradito. E fu sconfitta proprio dai movimenti islamisti, quelli ai quali Osama bin Laden, insediato in Pakistan, faceva affluire i denari raccolti dai Paesi del Golfo Persico. Nulla più e nulla meno di quanto sarebbe poi successo in Iraq nel 2003, quando Usa e Gran Bretagna decisero di abbattere Saddam Hussein per sostituirlo con un regime di loro gradimento. E i fratelli minori di Osama bin Laden intervennero per far pagare ad americani e inglesi, e ancor più agli iracheni, il prezzo dell’impresa.

Ma se restiamo al periodo post-sovietico, la realtà del primo jihad in terra europea è innegabile ed è strettamente intrecciata con la vicenda politica di Vladimir Putin. Il quale, nel 1999, era primo ministro da qualche settimana quando la Russia fu scossa da due eventi quasi incredibili. Il primo fu l’invasione del Daghestan, una delle repubbliche caucasiche della Federazione russa, da parte delle Brigate internazionali islamiche; il secondo, una serie di attentati che provocarono quasi 300 morti, con bombe che fecero saltare interi palazzi (tra cui uno abitato da famiglie di poliziotti: 62 morti). Il giovane premier, allora sconosciuto alla maggior parte dei russi, andò in televisione a assicurare che avrebbe stroncato la ribellione islamista nel Caucaso. Poche settimane dopo mandò le truppe a dilagare la Cecenia, e il 31 dicembre andò di persona a Grozny a “celebrare” il Capodanno nella capitale cecena liberata.

Quegli eventi segnarono l’avvio della “seconda guerra di Cecenia”, che Putin potrà dichiarare chiusa solo nel 2009. Definizione impropria, o propria solo dal punto di vista territoriale. Perché tra la prima (1994-1996) guerra, che aveva portato alla proclamazione della Repubblica autonoma di Ichkeria, e la seconda, che aveva visto il ritorno dei russi, era cambiato tutto. Le istanze indipendentistiche e nazionalistiche erano state soppiantate dall’islamismo. I miliziani dell’internazionale jihadisti, veterani dell’Afghanistan, erano accorsi sul nuovo fronte. I denari sauditi cominciavano ad affluire. Le moschee wahhabite spuntavano come funghi in tutto il Caucaso

Putin colpì duro ma l’islamismo non rimase a guardare. Nel 2007 Doku Umarov proclamò il Califfato del Caucaso, un progetto che aveva l’ambizione di estendersi dal Mar Nero al Mar Caspio e che fu senza dubbio l’antesignano del Califfato immaginato tra Siria e Iraq da Al Baghdadi. Da lì, da quel nocciolo ideologico, partirono attentati di cui ci siamo troppo in fretta dimenticati. Per modello, la strage del teatro Dubrovka, a Mosca, nel 2002, con 130 spettatori e 39 guerriglieri morti. La strage nella scuola di Beslan (Ossetia del Nord, Caucaso), nel 2004, con 333 morti tra i quali 186 bambini. Le bombe sul treno ad alta velocità Mosca-San Pietroburgo (27 morti) e nella metropolitana di Mosca nel 2010 (41 morti a causa di due donne kamikaze), poi all'aeroporto di Domodedevo (Mosca) nel 2011, con 31 morti. 

Vladimir Putin ha sempre risposto colpo su colpo. I leader islamisti del Caucaso sono stati puntualmente raggiunti ed eliminati. Umarov è morto avvelenato, i suoi successori Aliakshab Kebekov e Magomed Suleimanov spazzati via dagli incursori mandati dal Cremlino. Altri esponenti del fronte islamista hanno fatto una brutta fine in rifugi che credevano sicuri, come la Turchia o i Paesi del Golfo Persico. E quando i comandanti del Caucaso hanno cominciato a schierarsi con Al Baghdadi, trasferendo centinaia di miliziani sul fronte siriano e iracheno, Putin ha deciso di intervenire in Siria. Una coincidenza di tempi che non è, appunto, una coincidenza.

Le due bombe e i 14 morti della metropolitana di San Pietroburgo sono solo l’ultimo capitolo di questa saga violenta e infinita, il vero tormento della lunga stagione politica putiniana. L’inevitabile condanna dell’uomo che regge un Paese come la Russia, dove il 14% della popolazione è fedele all’islam, dove agiscono più di 5 mila organizzazioni musulmane (quelle ortodosse, per dare un’idea, sono meno di 30 mila) e dove una porzione amplissima del territorio, il Caucaso appunto, mescola lo spirito di ribellione verso il potere centrale con un’insidiosa adiacenza al Medio Oriente e una pericolosa fascinazione rispetto alle forme più radicali dell’islam.