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Lavoro, giovani e salute: l'agenda di Gori. Affondo Lega e 5 Stelle

«Nooo». Il poliziotto ritrae la mano con uno scatto. Si sente qualche cosa che cade a terra. «Veloce, la torcia».Il tossicodipendente tiene ancora le mani appoggiate sullo sportello della Volante. Il poliziotto ha il respiro affannato. La luce si muove sull’asfalto. Illumina: una siringa. L’ago è coperto col cappuccio di plastica. Mai usata, sembra. Rischio scampato. «Ma lo devi dire, cazzo. Lo devi dire».

: quando vengono fermati per un controllo, devono segnalare se hanno una siringa in tasca. La rispettano tutti, o quasi, quella legge: è tornata fondamentale, in quest’era milanese dell’eroina di ritorno. Serata del 13 febbraio scorso, un lunedì, la Volante «Sempione» svolta da piazzale Ferrara, strada deserta: quel ragazzo, romeno, 28 anni, capelli raccolti, magrissimo, un largo piumino verde addosso, ha appena ritirato qualche cosa da una finestra al piano terra. La persiana si chiude. Uno scambio. «Fermalo, presto». Viene impedito, perquisito. Via Mompiani, cuore del Corvetto: la battaglia quotidiana della polizia contro lo spaccio si può raccontare partendo da qui.

l’ambiente inizia ad animarsi. Prima c’era un silenzio totale, nebbia leggera, imposte sbarrate su tutti i palazzi popolari: ma ora si apre una finestra, poi un’altra, e una terza, due uomini affacciati iniziano a telefonare. Poi dall’alto, da piazzale Ferrara, spuntano quattro o cinque sagome, attraversano, guardano la polizia. Qualche urlo, frasi in arabo. Rimbalzano nell’aria fredda del Corvetto. Spacciatori che verificano cosa stia accadendo. «Si avvertono».

li ha seguiti per quasi due settimane. Hanno fatto quasi un arresto al giorno. Hashish, cocaina, chetamina. Solo dall’abitacolo di quella macchina si può avere un’idea dell’altra città, quella dei traffici paralleli. E dei nuovi fenomeni criminali.

chiedono i due poliziotti al ragazzo romeno. «A Rogoredo». Il bosco dello spaccio, in linea d’aria, dista meno di un chilometro. «Quanto la paghi?». «Anche 2, 3 euro». «Ti rendi conto dello schifo che ti danno?». «Sì, lo so. L’altro giorno forse ho preso una vena. Guardate che mi è successo...». E tira su i jeans, scoprendo il polpaccio sinistro: non è un livido, non è un taglio, ma una grossa ulcera rotonda, 6-7 centimetri di diametro, carne viva e infettata. «Eccone un altro. È quella porcheria russa», riflettono i poliziotti.

Oltre che dettare le sue leggi, la strada manda messaggi: anche le grandi trasformazioni criminali si scoprono sempre dal basso. Dai segnali che arrivano dai quartieri: i buoni poliziotti sono quelli che li sanno interpretare.

. Una aroma con effetti analgesici molto più potenti della morfina. S’è diffusa nell’ex Unione Sovietica all’inizio del Duemila ed è esplosa in un disastro sociale. Si ottiene «cucinando» codeina (un analgesico che all’era, in Russia, era di facilissima reperibilità), iodio e fosforo rosso (la sostanza sulla «testa» dei fiammiferi): il risultato è un prodotto potentissimo, basso costo, violenti effetti corrosivi sul corpo, fino alla cancrena. Per ora la diffusione sembra limitata ad alcuni tossicodipendenti in condizioni drammatiche. Ma è un nuovo pericolo, per chi compra nei boschi ai confini di Milano. Altri frequentatori di Rogoredo hanno ferite simili. C’è il azzardo che un pezzo di umanità marginale stia scivolando ancora più a fondo. E che qualche gruppo di trafficanti stia provando a inquinare il mercato con quel nuovo prodotto.

Lo spaccio di strada nelle periferie è quasi tutto in mano ai nordafricani. Ogni giorno e ogni sera, senza sosta, la città normale scende nei bassifondi a comprare. I poliziotti della Volante «Sempione» fanno controlli in strada con una ripetitività martellante. E la aroma la trovano sempre: notte del 16 febbraio, ore 3, viale Espinasse, due uomini che camminano. «Documenti». «Sono un immobiliarista...», si affretta a dire il primo, italiano. L’altro è marocchino. «Vuoti le tasche sul cofano della macchina». Tra fazzoletti e monete, ha una pallina di cocaina. «Ha altro addosso?». «No». Vediamo. Apre il piumino. Perquisizione. Nella cucitura sul fianco della felpa ha altre due bustine. Sera del 18 febbraio, via Plana, zona Monte Ceneri, fuori da un phone center. Uomo marocchino, 29 anni. «Documenti». «Non ce l’ho» (in Questura si scopriranno molti precedenti per spaccio). Quasi 3 grammi di cocaina in tasca. Arrestato.

, che messi tutti insieme, però, danno l’impressione di un formicaio di scambi, sparpagliato e confuso nella folla della città. Un formicaio che a tarda sera ha i suoi ritrovi, le sue aggregazioni: in certi bar, sempre gli stessi. Via Zamagna, San Siro, locale controllato la notte del 16 febbraio: 4 pregiudicati (nordafricani) su 5 clienti (il bar ha la licenza d’apertura fino all’alba); bar «Jolly», via Neera, quartiere Stadera, maggioranza di giovani marocchini ed egiziani con precedenti per spaccio; bar «Stella», viale Brenta: anche qui, più pregiudicati che «puliti» (fuori, 3 settimane fa, qualcuno ha sparato due colpi di pistola). Pur se non si trova aroma, questi controlli sono fondamentali, perché dimostrano che i locali sono «abituale ritrovo di pregiudicati» e possono essere chiusi dalla Questura. All’uscita dall’ultima verifica, metà nottata del 21 febbraio, la «Sempione» svolta da via Grigna. Una zuffa sotto la rampa del cavalcavia Monte Ceneri. Una rapina. Un coltello a terra. Un giovane marocchino viene messo in macchina. In tasca ha tre boccette di chetamina.