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La Russia annulla l’adozione a Manarin - Cronaca - Messaggero Veneto

SAN QUIRINO. La Corte regionale di Volgograd ha espresso il suo parere a un anno di distanza dal caso internazionale che ha coinvolto il comandante della polizia locale di San Quirino, finito dinanzi al giudice nella città russa con l’accusa d’aver schiaffeggiato in strada («Due schiaffetti sulle labbra») il bambino per il quale stava completando la pratica di espatrio dopo l’adozione. Per Odesio Manarin e la moglie Stefania Bello è stata una doccia fredda: l’adozione è stata annullata. «Non molliamo – controbatte il battagliero Manarin – Ricorreremo alla Corte suprema di Mosca».

La sentenza. La sentenza della Corte regionale dell’ex Stalingrado, città della Russia europea di un milione di abitanti sulle rive del Volga, è stata emessa nei giorni scorsi. La coppia, residente a Vajont, da un anno è separata dal figlio, attualmente affidato a un istituto di Volgograd dopo la sospensione dell’adozione in attesa della sentenza.

In Russia il caso Manarin sta tuttora dividendo l’opinione pubblica sul tema delle adozioni internazionali, argomento d’attualità da alcuni anni e non solo in ambito politico. Nel 2016 le notizie provenienti da Volgograd avevano destato sconcerto in Italia. Del caso si era interessata anche l’ambasciata italiana a Mosca e la politica locale. Il 31 marzo dello scorso anno Manarin era stato notato da un alto funzionario delle autorità militari russe, nell’atto di dare, in una strada di Volgograd, i «due schiaffetti» al figlio adottivo, nel tentativo di evitare che finisse in mezzo al traffico in un momento di agitazione. I coniugi si trovavano in Russia per completare le pratiche di espatrio del bambino, adottato nel 2016 – dopo un complesso iter burocratico durato anni – da un orfanotrofio a Kamyshinsky. Da quell’episodio era scaturita una complessa vicenda giudiziaria, non ancora conclusa.

Il processo. Manarin era stato processato dal tribunale penale di Volgograd in base all'articolo 116 del codice penale russo (percosse) e a luglio era stato condannato al pagamento di una sanzione di 25 mila rubli (349 euro). «Una sentenza politica, per la quale è tuttora in corso il ricorso in appello» aveva commentato il comandante della polizia locale al rientro in Italia. Nel frattempo in Russia, a gennaio, l’articolo 116 è stato depenalizzato.

Per la coppia la conseguenza più dolorosa era stata però la sospensione dell’adozione, la presentazione da parte della Procura di Volgograd di un’istanza di annullamento della stessa da parte della Corte regionale e l’impossibilità di portare in Italia, a casa, il piccolo Ivan. Dopo un’iniziale sospensione del procedimento, in attesa della sentenza penale, l’iter giudiziario era ripartito a fine anno per concludersi la scorsa settimana, con la sentenza di annullamento dell'adozione.

Il ricorso. «Il nostro avvocato in Russia ha atteso dopo Pasqua per comunicare l’esito della sentenza, per non rattristarci ulteriormente durante le feste – dice Manarin – È stato un duro colpo, soprattutto per mia moglie che aveva fiducia nella giustizia russa». Il giudice della Corte prima di emettere la sentenza ha incontrato Ivan. «Eravamo convinti che avrebbe capito l’attaccamento del bambino nei nostri confronti – non nasconde il rammarico Manarin – Un attaccamento reciproco».

Questo è stato ampiamente illustrato in una relazione prodotta dalla direzione dell’istituto in cui si trova il bambino, favorevole alla revisione della richiesta di annullamento dell’adozione, nonché da un’altra prodotta dal responsabile dei diritti dei minori in Russia. Atti che non hanno però cambiato l’esito della sentenza. «Continueremo a lottare per nostro figlio – ribadisce Manarin – Siamo preoccupati del suo futuro. Io non ho fatto nulla di male se non cercare di proteggerlo dal farsi male, un gesto istintivo che purtroppo non è stato capito. Confidiamo che, per il bene di questo bambino, la Corte suprema riconosca l'errore commesso con questa sentenza».