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Siria, una guerra calda rinviata nella Russia delle proteste

«Non è la prima volta che Assad si siede in una pozzanghera». Immagino che stia sorridendo amaramente mentre lo dice perché è una cosa che fa spesso nella sua nuova redazione vicino a piazza Majakovskij, a Mosca. La pozzanghera è un errore di calcolo, una svista svergognata, una bugia scoperta, e sedercisi dentro è l’espressione russa, comune e confacente, che usa per descrivere la condizione Boris Yunanov, giornalista al desk di uno degli ultimi magazine indipendenti di Mosca, il Novoe Vremja, anche conosciuto come il “New Times Russia”. È come interrogare l’enciclopedia di una vecchia volpe cinica, perché Boris osserva e riflette sull’uomo di cui il resto del mondo parla da lontano forse da troppo tempo. L’uomo la cui faccia imperturbabile, sempre con la stessa espressione, è in ogni aula di scuola in Russia, dal Baltico fino a Vladivostock, per finire sulle matrioske dell’Arbat del centro della Capitale. A dicembre, al gelo, i commercianti dicevano che le bambole di legno che si vendevano di più erano quelle di Putin, ma, per quanto inusuale, anche quelle di un altro presidente, nonostante americano, non andavano male.

Fino ad ora sono stati gli ordini – dati e ricevuti – da cacciatorpedinieri e squadre d’assalto marine, che hanno deciso l’ultima fase della guerra in Siria, ma battevano tricolore e aquila russa. «La strategia americana in Medio Oriente sta cambiando» dice Boris. La nostra conversazione cambia alla velocità delle copertine del suo giornale, si sposta in un solo secondo dalla piazza e dai manganelli di Minsk, da quelli della protesta contro la corruzione a Mosca, dall’attentato a Pietroburgo, alla base dell’aviazione siriana di al Shayrat, fino alla portaerei americana salpata da Singapore verso la penisola di Corea. Non parleremo più di Alekseij Novalnij, appena liberato «grazie a chi ha protestato ed è pronto a nuove azioni».

Su Left in edicola l’intervista a Boris Yunanov di Michela Iaccarino e Umberto Di Giovannangeli sul senso dell’attacco missilistico deciso da Donald Trump contro Assad.

Le manifestazioni di piazza a Minsk, l’attentato di Pietroburgo e l’attacco americano alla base di Assad, ecco il racconto dei giorni frenetici di Mosca. Che ha «il problema vero delle guerre in casa e della povertà», ci dice Boris Yunanov, giornalista del Novoe Vremja

Cosa ci dicono i 59 missili Tomahawk lanciati la notte del 7 aprile? Che si preferisce, ancora una volta, l’uso della forza alla diplomazia. In una guerra senza fine e figlia dei tempi sovranisti. Dove non si cede potere a istituzioni sovranazionali