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Secondo quanto comunicato in questa settimana dal ministero delle Finanze alla fine del 2017 la Russia registrerà il suo primo anno di crescita dal 2014, inizio della recessione e punto di partenza del rinnovato confronto generale tra Mosca e l’Occidente: “L’economia è entrata nella fase di crescita” ha confermato dal primo ministro Dmitry Medvedev. Il dato (medio) di cui ha parlato il ministro è di un +2,1 per cento rispetto al 2016, non enorme, con questa rinnovata spinta – non una stagnazione, sottolinea Medvedev – che si legherebbe allo stabilizzarsi dell’inflazione e all’aumento della domanda interna. La proiezione parla di un segno positivo con sviluppi più rapidi del previsto nei prossimi tre anni, che però secondo la Banca Mondiale potrebbero avere criticità in allungamenti successivi, visti i rischi a cui l’economia russa è vincolata.

Il dato fornito dall’organismo internazionale è diverso – +1,7 per cento, rispetto comunque a un +1,3 previsto a maggio e alle contrazioni degli anni precedenti, mentre l’Ocse dice 1,9 –  ma soprattutto c’è una particolare coincidenza dietro all’annuncio del ministero, che, per modello, il New York Times mette chiara fin dal titolo del pezzo con cui si è occupato della questione: “Russia Is Returning to Growth. (Just in Time for an Election.)“. Giusto in tempo per un’elezione, perché nel 2018 si voterà il presidente, e il candidato più forte di tutti gli altri è – come al solito dal 2000 a oggi – Vladimir Putin, che finge di non aver sciolto le sue riserve, ma che con ogni probabilità occuperà di nuovo il posto di comando al Cremlino dopo la tornata elettorale di marzo. Adesso, potrà farlo anche raccontando la crescita economica che sta caratterizzando il suo paese, utilizzando pure i fari accesi da enormi progetti infrastrutturali come la costruzione del gasdotto “Power of Siberia” verso la Cina, un ponte da record sul Mar Nero e gli stadi per i Mondiali di calcio. Gli organismi internazionali sottolineano che questo miglioramento sarà a breve termine, ma è esattamente quel che serve a Putin.

L’economia che migliora è un elemento di appeal politico non solo perché pecunia non olet, ma anche perché i critici della politica aggressiva di Putin spesso dicono che il presidente si muove da Zar, ma ha le casse continuamente in perdita. Il governo russo deve certamente risolvere diverse questioni – per modello: le banche sono dei colabrodo, o ancora, le entrate sono troppo vincolate al prezzo del petrolio –, ma vantare una crescita economica segna una vittoria politica. Nella narrativa, il presidente risponde con una ritrovata forza alle sanzioni occidentali che hanno seguito l’invasione della Crimea (e le interferenze alle presidenziali) e dà in pasto il boom economico a chi ha criticato l’intervento siriano come troppo dispendioso: Putin potrà dire qualche cosa come, l’economia cresce e noi ci siamo portati a casa sia la Crimea che la Siria, e siamo tornati a essere un impero.

La crisi economica che ha colpito la Russia negli ultimi anni non è stata però soltanto figlia di contingenze e pressioni esterne come le sanzioni: il picco del prezzo del petrolio (e meno del gas) a cui è vincolato il mantenimento del sistema statale russo, uno stato molto presente e pressante all’intimo del settore industriale/aziendale, la corruzione, la burocrazia, sono gli elementi chiave che hanno prodotto la crisi. Elementi che hanno tenuto alla larga molti investitori esteri, e contro cui la narrativa putiniana, e il pugno duro contro le opposizioni e le libertà, hanno dovuto lavorare per far mantenere il presidente al controllo del paese. Una nota geopolitica: sia le previsioni della Banca Mondiale che quelle dell’Ocse presuppongono che il prezzo del petrolio resti “stabile” per far segnare la crescita; c’è anche questo dietro alla disponibilità con cui Mosca si sta avvicinando a Riad, macchinatore dei produttori dell’Opec, giocando d’equilibrismo con l’Iran, alleato russo e nemico esistenziale saudita.