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E adesso ci si mette anche Jerry Powell. Nell’audizione al Congresso, il prossimo presidente della Federal Reserve voluto da Donald Trump perché non è un economista né un banchiere di professione (anche se ha fatto i soldi nelle banche d’affari), ed è solidamente conservatore, ha fatto poche concessioni e ha subito messo le vele al vento della continuità. L’indipendenza della banca centrale non si tocca, i tassi d’interesse saliranno gradualmente dalla fine dell’anno, come aveva già programmato Janet Yellen, la regolamentazione bancaria non cambia per le grandi banche e nelle linee generali. Non ci saranno nuove regole, ne esistono già troppe, ha detto Powell e in questo ha più che ragione. Verranno allentati i lacci per le banche più piccole e ci sarà una revisione in senso liberista della Volcker rule che limita il trading proprietario. Ma si tratta di pochi ritocchi. Dunque, ala Fed non ci sarà nessuna rivoluzione. E anche qui si manifesta quello iato tra le parole e i fatti, gli annunci roboanti e la modesta realtà, che ha contraddistinto il primo anno di Trump alla Casa Bianca.

Gli esempi sono molti in politica interna. La conclamata rivoluzione fiscale è finita nelle sabbie mobili del Congresso, niente a che vedere con il big bang di Ronald Reagan. Aspettiamo che prenda forma si spera entro al fine dell’anno. Il muro con il Messico è in lista d’attesa, sono cominciati i lavori, poi vedremo. La stretta sulla sicurezza viene smentita dalla catena di fatti di sangue, mentre i “lupi solitari” dell’Islam escono anche dalle foreste americane e così via. The Donald lancia fulmini e saette usando Twitter come Giove il monte Olimpo, ma si spengono prima di toccare terra. Sia l’ondata di sdegno dei liberal sia il momentaneo entusiasmo dei destrorsi, s’infrangono entrambi contro il muro gommoso della inconcludenza.

In politica estera è ancora peggio. L’modello più clamoroso riguarda la Nord Corea. Kim Jong Un lo sta prendendo in giro, con continue provocazioni (l’ultima e forse la più grave viene dal missile lanciato ieri), minaccia di colpire le città americane, proclama il suo paese potenza nucleare. Trump aveva minacciato “fuoco e fiamme” già in agosto, ma non ha fatto nulla, non ha costruito nessuna strategia di contenimento. Si è affidato alla Cina e questo è necessario, ma non sufficiente. Anche perché o Kim infinocchia anche Xi Jinping o quest’ultimo prende in giro Trump fingendo di essere quel che non è, oppure sia Kim sia Xi si fano beffe dell’America e del resto del mondo. Comunque sia, Trump ne esce malmenato. “Ce ne occuperemo”, dice, aspettiamo di vedere come e quando.

Qualcosa di simile avviene sullo scacchiere mediorientale. Trump ha messo le sue fiche su Putin che nel frattempo ha perseguito i propri interessi, consolidando Assad in Siria e riunendo Iran e Turchia per una sorta di Yalta del Medio Oriente. Ora Trump punta sul nuovo sovrano dell’Arabia Saudita per contenere l’Iran strappando l’accordo che Obama aveva firmato con Teheran. Ma anche qui c’è da scommettere che i fatti finiranno presto per smentire gli annunci.

Tutto questo non è affatto consolante non solo perché degli Stati Uniti non si può certo fare a meno, ma perché un timoniere che non conosce la rotta è foriero di disastri. E speriamo che un presidente del genere non si metta in testa di fare il commander in chief. Fatto sta che la strategia obamiana di guidare il mondo dalle retrovie non è stata sostituita da nulla. America First è solo uno slogan vuoto (lo si vede anche a proposito del commercio internazionale sospeso tra minacce protezioniste e aggiustamenti tattici). La realtà è che gli Stati Uniti non sanno più esercitare la leadership, ma nessun altro è in grado di farlo. Così, le cose vanno avanti come per inerzia.

In economia, Wall Street ha preso bene le dichiarazioni di Powell perché in sostanza non ha detto niente di nuovo, nulla che turbasse il treno che mese dopo mese mette a segno nuovi record di velocità. In politica estera, il viaggio in Asia, gli onori imperiali ricevuti nella città proibita a Pechino, i sorrisi, le strette di mano, gli inchini, hanno avuto come risultato l’ultimo sberleffo di Kim Jong Un. E in Siria i signori della guerra si spartiscono la torta.
Nemmeno l’Europa resta fuori da questo festival dei raggiri. Ciò vale per la moneta (il rapporto tra euro e dollaro si è fatto sempre più ballerino) e ancor più per la sicurezza esterna. Con un Trump alla Casa Bianca, Putin non ha nessuna intenzione di sanare la ferita aperta in Ucraina, tanto meno di restituire la Crimea. Anzi, continuerà a seminare zizzania e disinformazia per prendere in giro gli europei, ricchi, insoddisfatti e nello stesso tempo ignavi. Le cose potrebbero cambiare, certo, ma persino in peggio, se Trump non si rende conto che è arrivato il momento di sistemarsi il ciuffo e smettere di cinguettare.