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Negli ultimi anni la Russia di Vladimir Putin si è mossa sullo scacchiere energetico europeo secondo una linea ben precisa: portare il proprio gas verso il vecchio continente cercando di aggirare l’Ucraina, territorio politicamente ostile che spesso ha impedito, seppure parzialmente, il transito del gas proveniente dai giacimenti russi. In questo contesto, quindi, si è inserita la realizzazione del Nord Stream, il più lungo gasdotto sottomarino al mondo che trasporta, dal 2012, 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia verso la Germania. E da qualche anno, oramai, si parla con insistenza della possibilità di un suo raddoppio a partire dal 2019, con un’Europa che, quindi, dipenderebbe sempre più dalle importazioni di gas russo proprio mentre a Bruxelles si ripete a gran voce la necessità di una diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico.

Secondo Gazprom, la compagnia energetica russa che sarà proprietaria del gasdotto, vi sono diverse ragioni che spingono alla realizzazione del raddoppio di Nord Stream. In primo luogo, infatti, da un punto di vista meramente commerciale, la costruzione del gasdotto consentirebbe alla compagnia di risparmiare sulle tariffe di transito che oggi vengono pagate all’Ucraina e che sono piuttosto elevate (2 miliardi di dollari all’anno). Inoltre, il costo previsto per la realizzazione dell’opera non è superiore a quello che dovrebbe essere pagato qualora si optasse per l’ipotesi alternativa, ovvero il rafforzamento del gasdotto che oggi porta il gas russo in Europa attraverso, appunto, l’Ucraina. Da un punto di vista geopolitico, poi, e quindi in termini di sicurezza energetica europea, la costruzione del nuovo gasdotto consentirebbe di aggirare il territorio ucraino, evitando così che le continue tensioni tra Mosca e Kiev possano avere conseguenze sul piano degli approvvigionamenti energetici, garantendo all’Europa una diversificazione in termini di rotte di transito del gas russo. D’altronde, all’orizzonte, non sembrano prospettarsi alternative percorribili: i fornitori del Medio Oriente e del Nord Africa non hanno una sufficiente capacità di esportazione mentre il Corridoio Sud, qualora venisse realizzato, porterebbe in Europa non più di 10 miliardi di metri cubi di gas azero all’anno.

A guidare il blocco dei Paesi contrari alla realizzazione del raddoppio del gasdotto Nord Stream ci sono i cosiddetti “Quattro di Visegrad”, ovvero la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e, soprattutto, la Polonia. Considerazioni sia di natura politica che economica stanno alla base della dura resistenza al progetto russo. La costruzione del Nord Stream 2, infatti, è in contraddizione con l’obiettivo europeo di diversificare le fonti di approvvigionamento del gas, nel tentativo di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Questi Paesi, inoltre, qualora le forniture di gas attraverso Nord Stream rimpiazzassero quelle che oggi arrivano in Europa attraverso il gasdotto “Fratellanza”, perderebbero lo status di “Paese di transito”, unitamente agli introiti che derivano dalle connesse tariffe di transito pagate da Mosca.

Il gasdotto baltico farebbe della Germania lo snodo principale del gas europeo. Per questo motivo, quindi, Berlino continua a guardare con grande interesse alla realizzazione di Nord Stream 2, sottolineandone il suo carattere prettamente economico e cercando di lasciare fuori dal dibattimento le considerazioni di natura politica. Per la Germania (e la Francia) Nord Stream è particolarmente importante perché, quando la capacità del gasdotto arriverà a pieno regime (e sarà quindi in grado di trasportare sino a 110 miliardi di metri cubi l’anno), coprirà il consumo annuale di gas dei due Paesi. Di conseguenza, la Germania ha criticato la possibile imposizione da parte degli USA di sanzioni contro le aziende che collaborano con la Russia nel tentativo di espandere la rete di forniture energetiche di Mosca. La posizione di Washington è chiara: gli Stati Uniti, infatti, intendono sfruttare la propria posizione leader di produttori di shale gas per promuovere sempre di più il proprio export di gas verso il mercato europeo. E ciò può avvenire, inevitabilmente, solo a scapito delle forniture russe.

Bruxelles, anche se in maniera non proprio compatta, è tra i principali oppositori del progetto. Più volte, infatti, le istituzioni europee hanno definito Nord Stream 2 una “minaccia per la sicurezza energetica e la diversificazione degli approvvigionamenti” del continente. Per questo motivo la Commissione europea si sta muovendo in due direzioni. Poco prima dell’estate, la Commissione ha chiesto agli Stati membri un mandato per poter negoziare con la Russia la costruzione del nuovo gasdotto. Sul punto, però, il Consiglio dell’Unione europea ha chiarito come, in realtà, non vi sarebbe alcuna base giuridica per riconoscere tale mandato, in quanto la richiesta della Commissione si baserebbe esclusivamente su “meri argomenti politici”. Inoltre, proprio recentemente, Bruxelles ha annunciato l’intenzione di “integrare” l’attuale direttiva sul gas, precisando che “i principi essenziali della legislazione energetica dell’Unione si applicano a tutti i gasdotti che arrivano o partono dai Paesi terzi”. Una direttiva che prevede, in particolare, che i produttori di gas debbano essere separati dai proprietari delle infrastrutture e che, sino ad oggi, è stata applicata solamente ai gasdotti intra-europei.

Non manca, in Italia, una certa preoccupazione per il possibile raddoppio di Nord Stream. Il nuovo gasdotto, infatti, farebbe della Germania lo snodo principale del gas europeo, costringendo la nostra industria a pagarlo stabilmente di più, dovendo aggiungere il costo del trasporto Nord-Sud. E l’Italia non ha mai nascosto la propria ambizione di diventare un hub energetico nel Mediterraneo, anche grazie alle recenti scoperte al largo delle coste egiziane, cipriote ed israeliane nonché alla sua posizione di sbocco finale per il gas proveniente dall’Azerbaigian attraverso il Corridoio Sud.