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Uno degli aspetti più singolari dell’attuale fase socio-politica americana, segnato marcatamente durante la campagna elettorale per le presidenziali dello scorso anno, è stato l’ammorbidimento di molti conservatori nei confronti della Russia (un processo evidente già alla fine del 2015, quando la lotta per le primarie all’intimo del Gop è diventata più calda, ma iniziato già nel 2011).

Donald Trump ha fatto da ariete, con la sua dichiarata (poi l’attuazione è per ora formalmente mancata) volontà di aprirsi a Mosca, e così molti repubblicani hanno sfogato l’astio nei confronti dei democratici – che hanno mantenuto posizioni più severe, anche in relazione all’interferenza durante le elezioni – in una sorta di ammirazione per il leader forte rappresentato dal presidente Vladimir Putin. Pistole e religione sono i due grandi punti d’aggancio: diversi lobbisti della National Rifle Association (NRA), l’associazione di categoria dei produttori di armi americani, hanno viaggiato più volte in Russia, così come predicatori evangelici hanno avuto meeting privati con Putin (che ha un rapporto molto stretto con la potente chiesa ortodossa russa, che per modello ha difeso l’intervento militare in Siria come “una guerra santa”). Non sfugge che questo genere di contatto, tra il mondo più agguerrito dei conservatori americani e la Russia, è del tutto simile alle contaminazioni che Mosca ha costruito con i partiti più estremisti (e populisti) del panorama politico europeo.

Ora che la questione gun control torna d’attualità dopo la strage di Las Vegas, vale per modello la pena ricordare di quando Kline Preston, avvocato conservatore di Nashville, introdusse David Keene, ai tempi presidente della NRA nella Mosca che conta. Era il 2011, Preston era stato un osservatore internazionale che certificò la regolarità delle elezioni russe che in quell’anno portarono migliaia di persone in piazza a protestare per i brogli, si faceva largo la seconda amministrazione Obama, e mentre l’establishment del partito repubblicano criticava il presidente uscente (l’anno dopo riconfermato) per non essere stato severo nel contenere l’aggressività di Putin, la base e gli influencer del Gop cominciavano a muoversi in senso inverso, verso la Russia. Preston per modello, presentò a Keene Alexander Torshin, putiniano diventato poi un pezzo grosso alla banca centrale (vicepresidente). Torshin era un buon contatto per Keene: amico personale di Mikhail Kalashnikov (sì, proprio il padre dell’AK-47, uno dei fucili d’assalto che lo stragista di Las Vegas ha modificato per compiere la sua mattanza), autore – da senatore – di un opuscolo in russo con cui si difendeva il diritto alle armi riprendendo uno slogan della NRA stessa (“Le armi non sparano – sono le persone a farlo”). Torshin è stato anche uno dei promotori di un allineamento del governo verso la chiesa ortodossa, e nel 2012 da osservatore sollevò dubbi sulla legittimità della rielezione di Barack Obama. Impelagato in una vicenda di lavanderia monetaria in Spagna (guidava da remoto un’organizzazione criminale conosciuta come “Taganskaya”, scrive il Pais), Torshin è socio di Maria Butina nella Right to Bear Arms, associazione che sostiene il diritto a detenere un’arma, soprattutto una pistola, e che nel 2013 ha invitato Keene a tenere uno speech a Mosca per un evento singolare: una sfilata di moda in cui modelle e modelli indossavano vestiti con tasche particolari per nascondere un’arma.

L’invito è stato ricambiato nel 2014, con Butina e Torshin presenti alla conferenza annuale della NRA. L’NRA ha più volte criticato le sanzioni americane alla Russia (post invasione crimeana e post interferenza alle elezioni) dicendo che limitando le importazioni di fucili come i Kalashnikov altro non sono che un metodo celato per creare sistemi di controllo delle armi. L’associazione, che ha investito 21 milioni di dollari nella campagna di Trump, è stata per Torshin e il suo giro la porta d’accesso alla politica americana che conta. L’ex senatore russo ha raccontato alla Bloomberg di aver avuto brevi conversazioni cordiali con Trump nel 2015 e l’anno successivo con suo figlio Don Jr, entrambe durante gli incontri annuali dell’NRA. Contatti che sono valsi un invito ufficiale: “una stretta di mano” col presidente al National Prayer Breakfast del 2017 è saltata soltanto all’ultimo minuto perché la Casa Bianca voleva evitarsi imbarazzi dopo che, secondo Yahoo News, un aide aveva scoperto la Spagna-connection di Torshin, presente però a uno dei più importanti meeting politici di Washington come capo della delegazione russa al meeting. A giugno del 2015 Butina ha firmato un op-ed sulla National Review sostenendo che un repubblicano alla Casa Bianca avrebbe migliorato i rapporti Mosca-Washington. A luglio di quell’anno, durante il FreedomFest di Las Vegas, ha preso il microfono come una delle tante tra il pubblico e ha chiesto pubblicamente a Trump quale sarebbe stata la sua politica con la Russia: Butina ha dato l’occasione all’attuale presidente di parlare per la prima volta del suo rapporto con Mosca dinanzi ai microfoni. Quel “ci mettiamo insieme” detto in quell’occasione nella risposta di Trump è l’inizio della narrazione sull’avvicinamento alla Russia del repubblicano.