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La Russia è uno dei macrotemi del momento in Occidente: si passa dalle indagini negli Stati Uniti per eventuali ingerenze e collusioni nelle elezioni presidenziali, alle preoccupazioni che le misure attive messe in campo in America possano colpire anche le elezioni di importanti paesi europei (come Francia e Germania) e possano influenzare l’azione politica in altri (come l’Italia), o ancora, complicare situazioni già complesse come in in Libia. Fino ad giungere a situazioni più materiali, come i dispiegamenti armati visti in Siria, o in Ucraina, o sull’Artico e ai confini Nato. Quadri a cui l’Allenza ha risposto con (modeste) misure di deterrenza come quelle che prevedono il dispiegamento di un centinaio di soldati italiani nell’ambito in Lettonia. Formiche.net ha affrontato questo genere di tematiche più strettamente militari con Lorenzo Carrieri, analista che collabora con diversi centri di ricerca e con la rivista americana FairObserver, postgraduate student presso School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University, specializzato in international security.

il dispiegamento, avvertendo la Nato che la mossa mirava a vincolare il movimento delle navi dell’Alleanza nel Mar Baltico. Parliamo di preoccupazioni fondate? “Certamente, ma è anche importante esaminare con cautela quanto riportato dai media russi. A differenza del dispiegamento dei missili da crociera Kalibr, con raggio di azioni al di sopra dei 2000 km, i Bastion e Bals non aumentano radicalmente la portata delle forze russe a Kaliningrad. Certamente rafforzano la bolla di difesa aerea presente, così da aggiungere un ulteriore livello di complessità per qualsiasi forza che cerchi di penetrarla. Ma mentre la sfida non è da sottovalutare, la capacità dei sistemi d’arma non deve essere nemmeno sopravvalutata”.

. Snyder, nella sua analisi della dottrina nucleare sovietica (siamo nel 1977), concludeva che la Russia esibiva una preferenza per l’uso della forza preventiva”. E il motivo? “Secondo lo studioso l’origine di tutto ciò era rintracciabile nella particolare storia d’insicurezza e senso di vulnerabilità sviluppato a seguito delle invasioni subite dal paese (dai Mongoli fino all’Operazione Barbarossa di Hitler, passando per Napoleone e le Armate Bianche anti-bolsceviche)”. Questa è soltanto una chiave interpretativa, spiega Carrieri, che attinge però all’attualità della fase politica russa.

, che spiegano il atteggiamento odierno in politica estera della Russia come il prodotto di una interazione tra la condizione interna dello Stato, caratterizzata da un’alta vulnerabilità economica (fluttuazioni dei prezzi di base delle materie prime, moneta debole, capitalismo clientelare), e quella del sistema circostante, caratterizzata da insoddisfazione per lo status quo e vincoli/margini di manovra esterni (istituzioni internazionali deboli, poca credibilità politica e militare della Nato e UE)”.

, per modello, l’indebolimento del potere americano a livello internazionale offrirebbe spazi di manovra sfruttabili al fine di ristabilire un’orbita di influenza sulle aree ex-sovietiche”.