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Lunedì il presidente americano Donald Trump ha nominato il generale a tre stelle HR McMaster a capo del Consiglio di Sicurezza nazionale (Nsc). McMaster è considerato uno stratega militare sopraffino, non incline alla politicizzazione, riflessivo e intellettuale, aspetti che vanno in contrapposizione alle linee più aggressive dell’amministrazione, che in questo momento sono incarnate dallo stratega politico Steve Bannon.

Ma c’è anche un’altra inversione di paradigma nella nomina: le visioni sulla Russia. Trump ha aperto alla costruzione di un rapporto nuovo con Mosca, collaborativo. Ma quest’enorme argomento di politica estera ha avuto già, nel giro di un mese, un andamento ondeggiante legato alla lettura che alcuni elementi normalizzatori all’intimo dell’amministrazione (come il capo del Pentagono e quello della Cia) danno del dossier-Russia. Sostanzialmente dicono: potremmo migliorare le relazioni, ma non dimentichiamoci che i russi si dimostrano giornalmente come un nemico. Sull’altro lato, oltre le aperture di Trump, le mosse dell’ex capo del Nsc, Michael Flynn.

Flynn è stato fatto dimettere per via dell’insostenibile piega che avevano preso le relazioni amichevoli con la Russia, McMaster invece a maggio scorso, durante un convegno organizzato dal think tank Center for Strategic and International Studies, ha parlato della necessità per gli Stati Uniti di confrontarsi con la Russia sul campo del warfare ibrido e ha definito l’annessione delle Crimea un tentativo di Mosca per sostituire “l’ordine politico in Europa e sostituire questo ordine con qualche cosa che è più in sintonia con gli interessi russi”. La vicenda crimeana è un passaggio da antologia di quello scenario di guerra ibrida, dove si unisce la potenza militare con gli sforzi clandestini per minare un governo nemico. In quell’occasione McMaster ha anche calcato sulla necessità per gli americani di migliorare l’apparato di difesa, perché la Russia ha già apportato migliorie al proprio (uno degli argomenti: dobbiamo essere più bravi ad usare i droni tattici, perché i russi sono diventati molto forti su questo; in uno sviluppo laterale, lo Stato islamico sta impiegando questi piccoli velivoli senza pilota per colpire dietro le linee le truppe dell’esercito iracheno).

In un pezzo uscito sulla russa Ria Novosti, e ripreso in inglese dal media del Cremlino Sputnik, l’analista Alexander Khrolenko definisce la scelta di McMaster “un segnale preoccupante per Mosca” riprendendo le dichiarazioni del generale sulla Russia. A Khrolenko non sfugge che McMaster ha servito finora come comandante dell’Army Capabilities Integration Center (sede in Virginia, a Fort Eustis), che è il braccio del Pentagono con il compito visionario di capire quello che dovranno essere le forze armate americane nei prossimi decenni. Politico Magazine ad aprile dello scorso anno ha raccontato di un gruppo di esperti militari con il compito di capire come reagire a situazioni come quella dell’annessione della Crimea. Il progetto si chiama “Russia New Generation Warfare Study” ed è stato supervisionato proprio da McMaster: in quell’ambito alcuni ufficiali americani hanno viaggiato in segreto fino al Donbass per capire da vicino ciò che stava succedendo laggiù. Uno di questi osservatori era Philip Karber, ex Marine, ora a capo della Potomac Foundation e professore abbonato alla Georgetown, che è stato 14 volte in Ucraina tra il 2014 e il maggio 2015. Contatti ravvicinati con la Russia, ma non proprio come quelli di Flynn.

Domenica il New York Times ha pubblicato un’indiscrezione su un piano preparato da un parlamentare ucraino per sistemare le cose nel Donbass. Il parlamentare, che si chiama Andrey Artemenko ed è un membro del Partito radicale ucraino, avrebbe raccolto i favori di Mosca (che secondo le informazioni diffuse otterrebbe i migliori vantaggi dalla pacificazione) e pure quelli dell’entourage di Trump. Artemenko a gennaio avrebbe incontrato diversi elementi dell’entourage di Trump (tra cui Flynn) ottenendo un feedback positivo sul suo programma di pace.