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Guerra Yemen | Russia | Interessi russi in Yemen

Dal 2015 lo Yemen è tormentato da una guerra civile che ha portato a carestie ed epidemie e che ha già mietuto migliaia di vittime, in quella che secondo le Nazioni Unite è diventata insieme alla Siria una delle più gravi catastrofi umanitarie della storia attuale. Per oltre due anni il conflitto aveva visto contrapposti da un lato il presidente Abdrabbuh Mansur Hadi sostenuto da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau) e, dall’altro, le tribù sciite Houthi, che diverse fonti vorrebbero sostenute dall’Iran, alleate alle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh.

Questo quadro già complesso ha però subito recentemente alcuni drammatici sviluppi: a dicembre, fratture interne all’alleanza fra Houthi e Saleh hanno portato a sanguinosi scontri e all’uccisione di quest’ultimo, mentre nelle ultime settimane un conflitto intestino è esploso dall’altra parte del fronte, tra le truppe fedeli al presidente Hadi, sostenute dai sauditi, e le milizie del Southern Front, sostenute dagli Eau.

In questo quadro sempre più confuso l’attore su cui più parti sembrano riporre le ultime speranze per una risoluzione del conflitto è la Russia, che da circa un anno si è inserita nei giochi politici yemeniti con alterni risultati. Ma cosa fa la Russia in Yemen? E che interessi ha? Rispondere a queste domande è fondamentale per capire il futuro e le possibilità di successo del ruolo di Mosca come mediatore chiave del conflitto.

Per rispondere è necessario ricordare prima di tutto che la Russia ha una lunga storia pregressa di coinvolgimento come negoziatore in Yemen che parte già dagli anni Ottanta, periodo in cui l’allora Unione Sovietica fu protagonista dei negoziati tra le diverse fazioni marxiste attive nel sud. Inoltre, il principale fautore della politica mediorientale russa di oggi è il viceministro degli affari esteri Mikhail Bogdanov, che ha iniziato la propria carriera proprio in Yemen.

Ma trascorsi storici a parte, il coinvolgimento odierno della Russia è legato anche a fattori molto contingenti che hanno a che fare, come in Siria e in Libia, con il caos che regna negli equilibri di potere della regione e con il progressivo sganciamento dal Medio Oriente degli Stati Uniti, un tempo arbitro unico e pressoché indiscutibile delle partite politiche regionali.

Fino ad alcuni mesi fa la tendenza tra gli osservatori è stata quella di giudicare l’attuale coinvolgimento russo come sostanzialmente “pro-iraniano”, ovvero tendenzialmente allineato con gli Houthi. Tale posizione ha però visto una graduale trasformazione a partire dalla scorsa estate, quando Mosca ha finalmente accettato l’invio dell’ambasciatore nominato dal governo del presidente Hadi, sostenuto dall’Arabia Saudita.

Al tempo la mossa sembrava seguire una logica di espansione delle relazioni con tutti gli attori coinvolti per poter meglio giocare il ruolo di broker di un cessate il fuoco e di un possibile compromesso di pace. Un’ulteriore svolta è però arrivata lo scorso dicembre, dopo l’uccisione dell’ex presidente Saleh. Quest’ultimo, fino a poche settimane prima alleato dei suoi vecchi rivali Houthi in funzione anti-Hadi e anti-saudita, sembrava infatti intenzionato a liberarsi di quest’ultimi per stringere un nuovo accordo con Riyad.

La morte di Saleh ha causato la collera di Mosca, che ha imputato gli Houthi di “essersi radicalizzati” e ha portato nelle settimane successive al trasferimento della delegazione diplomatica russa per lo Yemen da Sana’, attualmente occupata dagli Houthi, a Riyad, e a un sostanziale riposizionamento russo più vicino all’Arabia Saudita. Tutto ciò è avvenuto anche nel quadro dei rinnovati rapporti tra Mosca e Riyad seguiti alla visita di re Salman a Mosca lo scorso ottobre. I sauditi, impantanati da un conflitto in Yemen di cui non si intravede fine, sembrano infatti sempre più intenzionati ad affidarsi alla mediazione di Mosca in cambio di un sostanziale appoggio alla (o disinteresse per la) politica russa in Siria a sostegno del regime di Bashar al-Assad.

Il fatto che la fine di Saleh sia stata accolta con tale irritazione da Mosca svela molto della strategia complessiva della Russia in Medio Oriente e, in generale, della politica estera di Mosca. Mentre il sostegno alla dittatura di Assad poteva semplicemente essere conseguenza diretta della storica adiacenza e degli interessi pregressi esistenti tra Mosca e Damasco, il sostegno per Saleh, ex presidente ormai decaduto, in contrapposizione con il governo ufficiale e riconosciuto di Hadi, poteva sembrare una scelta meno intuitiva.

Inizialmente la preferenza russa sembrava essere motivata dal desiderio di mantenere una posizione vicina a quella dell’Iran, alleato fondamentale nello scenario siriano e principale sponsor regionale degli Houthi al fianco dei quali Saleh si era recentemente schierato. Ma la spiegazione potrebbe essere più profonda e rivelatrice di quello che dobbiamo aspettarci delle presenti e future mosse di Mosca nella regione.

Saleh, uscito padrone assoluto del Paese dopo la guerra civile yemenita del 1994, per decenni era stato in grado di giostrarsi con abilità fra le grandi potenze regionali, come Arabia Saudita e Eau, e internazionali, come gli Stati Uniti, riuscendo sempre a mantenere una certa indipendenza e spazio di manovra. I suoi metodi repressivi e autoritari, accompagnati dalla sua capacità di intessere relazioni e compromessi coi diversi centri di potere tribali, avevano inoltre garantito molti anni di sostanziale stabilità a un Paese che dall’indipendenza era stato al centro di conflitti civili a proxy war regionali.

E proprio queste due caratteristiche, sostanziale indipendenza e stabilità a ogni costo, sembrano costituire i fattori determinanti per le preferenze di Mosca, che ritroviamo anche alla base del rapporto privilegiato con il generale Haftar in Libia, e di quello sempre più consolidato nonostante interessi spesso divergenti con il presidente turco Erdogan. In questo senso, Hadi, seppur al momento riconosciuto come presidente legittimo almeno nominalmente, per i gusti di Mosca rappresenta l’esatto opposto: la sua debolezza ha infatti causato la grande rivolta degli Houthi che lo ha portato a perdere oltre metà del Paese e lo ha reso di fatto completamente dipendente dal sostegno saudita. La morte di Saleh ha quindi scompigliato i piani di Mosca, che probabilmente ne voleva fare il fulcro di un futuro compromesso per la fine della guerra.

I rapporti con gli Houthi restano però aperti, e dopo le prime irritate dichiarazioni dopo l’uccisione di Saleh, Mosca è tornata a contenere i toni. Soprattutto, ha cercato di distanziare l’alleato iraniano dagli attacchi missilistici lanciati dagli Houthi all’intimo del territorio saudita, affermando che Washington e Riyadh non erano riuscite a fornire sufficienti prove del coinvolgimento di Teheran. Una posizione motivata soprattutto dalla volontà di mantenere un intento bilanciamento tra le potenze coinvolte e che fa ancora di Mosca il broker più credibile per un eventuale processo di pace.

La cautela sull’argomento è però d’obbligo: i recenti scontri interni alla coalizione anti-Houthi tra il Southern Front e le truppe del presidente Hadi hanno infatti scompigliato ulteriormente un quadro estremamente confuso, per risolvere il quale nemmeno l’abilità diplomatica e la posizione privilegiata di Mosca potrebbero bastare.

Potrebbe infatti vivere un limite alla pazienza e soprattutto al livello di coinvolgimento che Mosca è pronta ad assumersi, per spiegare il quale è necessario capire le ragioni che portano la Russia a essere presente nei giochi yemeniti; ben pochi sono infatti gli interessi diretti russi in questo piccolo e povero Paese arabo. Per avere una risposta più esaustiva bisogna perciò allargare lo zoom e guardare agli sviluppi militari avvenuti sulle coste dei mari che circondano l’area.

Negli ultimi 10 anni alcune delle maggiori potenze regionali e internazionali si sono infatti assicurate una presenza militare in queste acque di passaggio verso i canali di Suez e di Hormuz, dove transita oggi, e ancor più transiterà domani, gran parte del commercio internazionale. Tra Somalia, Eritrea e Gibuti hanno infatti stabilito basi navali potenze lontane come Cina e Giappone, mentre sono presenti da decenni nell’area gli Stati Uniti. Recentemente, Egitto, Arabia Saudita, Eau e Turchia hanno anch’esse stabilito basi navali nell’area, e un certo interesse emerge anche da parte indiana. Avere una presenza militare forte sulle coste di questo nodo di passaggio fondamentale rappresenta quindi per Mosca una mossa strategica per il futuro, e la diplomazia russa ha lasciato trapelare fin dall’inizio del proprio coinvolgimento in Yemen la volontà di ottenere per sé la costruzione di una base navale nel Paese.

Esiste però una fondamentale differenza tra Mosca e le altre potenze presenti militarmente nell’area. Mentre per queste ultime tale presenza rappresenta una necessità strategica fondamentale – per la sicurezza nazionale o per garantire il passaggio delle proprie merci o di approvvigionamenti energetici vitali – la Russia, con una economia debole e basata sulla produzione interna di petrolio e gas, non ha nessun interesse specifico a sviluppare una presenza in queste acquee, se non la volontà di avere diritto di parola nelle future dinamiche dell’area. Un interesse a “esserci per esserci” che, al contrario di quanto avvenuto in Siria, potrebbe non bastare se un domani la risoluzione del conflitto yemenita dovesse richiedere da parte russa un investimento più alto della semplice mediazione.