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Israele – Russia, Tel Aviv tenta la mediazione in Siria. Accordo raggiunto con Putin?

(ASI) La soluzione russa di rispondere all’abbattimento, attribuito a Israele, del suo jet in Siria genera preoccupazione in tutto il mondo. Mosca vuole tutelare i propri militari, presenti in loco, dopo l’uccisione di 15 di loro, deceduti nello schianto del mezzo, nella notte tra il 17 e il 18 settembre scorso.

Vladimir Putin ha annunciato così che i suoi soldati schiereranno un paio di batterie, dei temutissimi sistemi anti-missile S300, nel Paese mediorientale. La località, secondo quanto riferito dai media, dovrebbe essere situata presso la città di Latakia. L’esercito potrebbe dislocarne però successivamente persino altre 8 al confine con Giordania, Israele, Libano e Iraq. Non ci sono conferme di tali indiscrezioni, ma un passo del genere potrebbe creare ulteriore tensione nell'intera regione.

Il premier dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu, ha comunicato che proseguiranno i raid aerei contro obiettivi sensibili di Teheran ed Hezbollah sul suolo siriano, coordinandosi con Mosca grazie ad un accordo raggiunto tra i responsabili dei due eserciti, nonostante la soluzione presa da Vladimir Putin, col via libera di Bashar al-Assad, di rendere irraggiungibile lo spazio aereo siriano. Lo ha annunciato, in una nota, il Gabinetto di Sicurezza riunito d’urgenza, in mattinata, a Tel Aviv. Le autorità hanno posto nuovamente, nel comunicato, le proprie condoglianze per l’uccisione dei militari russi nel tragico incidente della settimana scorsa (si attende ora la reazione della controparte a tali nuove dichiarazioni). Altre notizie che si susseguono, in queste ore concitate, parlano di una presunta soluzione della Casa Bianca di inviare all’esercito israeliano, storico partner di Washington, vettori molto potenti, entro i prossimi 7 giorni, per rafforzare la propria sicurezza.

Il pentagono potrebbe reagire così alla soluzione di Mosca di istituire, su tutto il Paese guidato da Bashar al-Assad, un’unica grande zona di interdizione al volo e di avviare “azioni di disturbo”, mediante mezzi elettronici, dei velivoli ostili al governo di Damasco. Le misure in questione, paventate ieri, potrebbero causare difficoltà non solo ai caccia di Tel Aviv, nel colpire i target di Hezbollah e dell’Iran sul suolo siriano, ma anche a quelli americani e di altre nazioni impiegati regolarmente nell’area.

Il ministro degli Esteri del Cremlino, Sergej Lavorv, ha cercato di rassicurare oggi sostenendo che i provvedimenti del suo paese non rappresentano una pericolo per neppure uno. Ha lanciato, invece, l’ennesimo allarme legato al fatto che sono giunte armi chimiche (il loro uso è vietato dalle convenzioni internazionali) nella città di Idlib, anche dall’Europa, pronte per essere utilizzate. Le immagini riprese con telecamere, diffuse poi nei circuiti mediatici, servirebbero all’Occidente per incriminare il governo locale e ottenere il “casus belli” per avviare ulteriori azioni non diplomatiche. La realizzazione di prospettive così cupe potrebbe scatenare dunque una rappresaglia, come quella dello scorso aprile, dei mezzi militari di Donald Trump insieme a quelli di Londra e di Parigi in uno scenario, però, ben più complicato di allora. Il tycoon, Emmanuel Macron e Theresa May potrebbero trovarsi infatti a scontrarsi direttamente con l’esercito siriano, quello iraniano e quello russo.

Bisogna aggiungere, a questo scenario molto complicato, la volontà del governo di Teheran di attuare “una forte risposta” contro gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Arabia Saudita (quest’ultima è in guerra contro gli sciiti anche nello Yemen) e Israele accusati di avere organizzato l’attentato, durante la parata militare svolta sabato scorso, nella città di Ahvaz. Il segretario alla Difesa americano ha definito, nelle ultime ore, “ridicole” queste accuse iraniane. Non bisogna dimenticare che il Paese degli Ayatollah gode di ottimi rapporti con la Siria ed entrambi beneficiano della protezione, diplomatica e militare, di due superpotenze: la Russia e la Cina.

La speranza è che la diplomazia “sotterranea”, cioè non sotto i riflettori mediatici, riesca a fermare questo pericoloso crescendo. Le minacce iraniane e la nuova condizione in Siria sono state già al centro dei colloqui, nelle ultime ore, tra i funzionari dell’Eliseo e del Pentagono, e saranno nell’agenda del vertice dei capi di Stato e di governo di tutto il mondo, che si tiene in questi giorni a New York in occasione della riunione annuale dell’Assemblea delle Nazioni Unite. E’ fondamentale ricordare che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non è riuscito a fermare, a causa di forti divergenze al proprio intimo, la crisi siriana che ha provocato, dal suo inizio nel 2011, oltre mezzo milione di morti.