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A una settimana dalle Legislative, il neopresidente francese esibisce scenograficamente il suo atteggiamento in politica estera: rapporti muscolari, ma buoni, con Mosca

IL pubblica “La Francia in marcia”, la newsletter settimanale di Francesco Maselli che racconta i primi mesi della presidenza di Emmanuel Macron, in attesa delle elezioni legislative del prossimo giugno. Per ricevere la newsletter nella propria casella mail ci si può iscrivere qui

 
Emmanuel Macron ha terminato il suo primo giro di incontri internazionali. L’esercizio è riuscito molto bene al nuovo presidente francese che, dopo la soluzione di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul clima, si sta ponendo come nuovo leader dell’Occidente. Ma è stato soprattutto l’convegno con Vladimir Putin a far capire che tipo di atteggiamento terrà Macron nelle relazioni diplomatiche con gli altri Paesi.

Macron è un presidente che intende utilizzare la storia del suo Paese per legittimare le sue azioni. È una questione di comunicazione, certo, ma è soprattutto un modo di “riempire” le sue posizioni politiche e, in un certo senso, spersonalizzarle: Macron parla per la Francia ed è il garante di un tragitto molto più grande di lui e finora questa attitudine è stata molto apprezzata sia dalla stampa interna che da quella internazionale. Dopo aver utilizzato il Louvre per inaugurare la sua presidenza, Macron ha subito utilizzato la reggia di Versailles per sottolineare una nuova fase nelle relazioni diplomatiche franco-russe. Lunedì scorso infatti, Vladimir Putin è stato ricevuto nel palazzo immaginato da Luigi XIV per il primo convegno con il nuovo presidente francese, che ha così terminato la sua settimana internazionale dopo la visita di Donald Trump, il summit della Nato a Bruxelles e il G7 di Taormina.

Nel maggio del 1717 lo Zar Pietro il Grande visitò per la prima volta Parigi accolto dall’ancora bambino Luigi XV e dal suo reggente, il duca d’Orléans. Pietro il Grande, che aveva già visitato l’Europa una ventina d’anni prima ma non era riuscito a ottenere un’udienza da Luigi XIV, cercava appoggi politici e logistici per ammodernare il suo impero e cercare di importare il modello culturale europeo, e in particolare francese, in Russia. Dopo la visita francese lo zar creò l’Accademia delle scienze di Russia, sul modello dell’Académie Française e si ispirò a Versailles per completare la costruzione della reggia di Peterhof. La visita di Pietro fu l’inizio della “finestra aperta sull’Europa” e l’ingresso della Russia nel concerto delle grandi potenze europee.

Da quel momento le relazioni franco-russe sono state segnate da alti e bassi, tra l’invasione di Napoleone e l’alleanza militare nel periodo tra il 1892 e il 1917 (simboleggiata dal ponte Alexandre III a Parigi), ma è evidente il fascino che i due Paesi esercitano reciprocamente. I due modelli politici sono molto più simili di quanto si pensi: il peso dello Stato centrale, la grande rivoluzione, l’impero, la presidenza reale, per non parlare della grandissima influenza francese nella letteratura russa e viceversa. Emmanuel Macron ha ripreso tutte queste suggestioni e ha fatto capire che con lui i rapporti saranno franchi, ma distesi.

L’occasione, l’inaugurazione della mostra sul primo viaggio dello zar, proprio a Versailles, ha aiutato Emmanuel Macron a ricordare implicitamente le posizioni politiche difese da Putin nei primi anni al Cremlino, quando la politica estera russa era guidata dalla volontà di avvicinarsi all’Unione europea e alla Nato. Non solo, è un fatto noto che Pietro è il sovrano che Putin preferisce, come ha spiegato al Figaro Francine-Dominique Liechtenhan biografa della dinastia Romanov: «Putin è nato a San Pietroburgo, la città fondata da Pietro il Grande nel 1708. Riceve regolarmente alla reggia di Peterhof e venera questo autocrate riformatore perché è colui che ha fatto entrare la Russia nella modernità». Il presidente russo ha infatti molto apprezzato la visita, ricordando che le relazioni tra i due Paesi sono persino più antiche della visita dello zar e che ha apprezzato molto il tentativo di riavvicinamento di Macron.


 
Il riferimento a de Gaulle non è casuale, Macron riceve Putin subito dopo aver incontrato tutti i leader della Nato, ponendosi in questo modo come portavoce delle potenze occidentali. Macron, dopo una presidenza molto ostile alla Russia e insolitamente vicina agli Stati Uniti, ha voluto ristabilire la tradizionale posizione francese in politica estera: sì alleati degli americani ma autonomi e indipendenti, capaci di avere un rapporto costruttivo con la Russia a tralasciare da cosa pensa Washington. D’altronde, secondo de Gaulle, l’Europa era compresa tra l’Atlantico e gli Urali, e l’evocazione di Pietro il Grande implica San Pietroburgo e non Mosca: in un momento in cui la Russia sta cercando un interlocutore in Occidente, vista la tradizionale freddezza britannica, la posizione molto dura di Angela Merkel e l’inaffidabilità di Donald Trump, la mano tesa di Macron è benvenuta.

La Francia torna quindi a discutere con la Russia dopo che François Hollande aveva chiuso tutti i canali diplomatici con Putin, una relazione mai decollata che aveva trovato il suo punto più basso a novembre, quando Putin decise di non partecipare all’inaugurazione del centro culturale e spirituale ortodosso di Parigi lo scorso novembre. Molte analisi dei giorni successivi hanno sottolineato come Macron abbia capito perfettamente qual è il modo in cui ragiona Putin: il presidente russo comprende i rapporti di forza, e ha capito che con il presidente francese potrà avere un rapporto franco e diretto.


 
Infine, giovedì sera è arrivata la soluzione ufficiale di Donald Trump: gli Stati Uniti non onoreranno l’impegno preso dall’Amministrazione Obama con il trattato Cop21, l’accordo mondiale sul contrasto ai cambiamenti climatici. Appena il presidente americano ha terminato il suo discorso alla Casa Bianca, l’Eliseo ha annunciato che il presidente Macron avrebbe reagito con un messaggio alla nazione. Macron ha prima parlato in francese, criticando la soluzione degli Stati Uniti, giudicandola incomprensibile, poi in inglese, rivolgendosi direttamente agli americani e invitando tutti gli scienziati che vogliono continuare a impegnarsi per il pianeta a venire in Francia, dove avranno la possibilità di farlo (cosa che aveva già fatto, sempre in inglese, durante la campagna elettorale). La conclusione «make our planet great again» è stata un attacco diretto e quasi personale a Donald Trump, che non avrà gradito l’ennesima provocazione del giovane presidente francese.

È chiaro che Macron, in questo momento di campagna elettorale, stia sfruttando la scena internazionale per consolidare il proprio vantaggio nei sondaggi, che lo danno già tranquillo vincente delle elezioni legislative in programma la settimana prossima. Ma c’è qualche cosa di più: il presidente ha deciso di raccogliere il testimone di Barack Obama e accreditarsi come nuovo leader mondiale, un ruolo che ha sempre rivendicato di voler esercitare, per se stesso e per il suo Paese. Per ora l’obiettivo sembra riuscito, ma le sfide più grandi sono ancora dinanzi a lui.


Il sondaggio è stato effettuato dall’istituto Ipsos

Il personaggio della settimana

Nathalie Kosciusko-Morizet è una delle figure politiche di primo piano più a azzardo in queste elezioni legislative. È candidata nella seconda circoscrizione di Parigi, un collegio considerato blindato dalla destra gollista ed ex circoscrizione di François Fillon. Si dice che questo sia uno dei motivi per cui non ha mai abbandonato la campagna presidenziale nemmeno nei momenti più critici, nonostante avesse poco in comune con toni e programma. NKM, come viene spesso abbreviato il suo nome, ha infatti difeso una posizione liberale-libertaria durante le primarie della destra di novembre, e ha sostenuto Alain Juppé al secondo turno. Nonostante la posizione conciliante nei confronti di Emmanuel Macron deve affrontare un candidato di En marche! oltre a due candidati vicini ai repubblicani (tra cui Henri Guaino, ex consigliere di Sarkozy). I sondaggi dicono che perderà le elezioni (al ballottaggio il candidato di En marche!, Gilles Le Gendre, la batterebbe 68 per cento a 32 per cento): se dovesse accadere il collegio sarebbe uno dei simboli della “caduta del vecchio mondo”. Peccato che a farne le spese sia uno dei volti più interessanti della destra repubblicana.

Consigli di lettura

-Ne ho già scritto la settimana scorsa, ma qui trovate un utilissimo riassunto dell’affaire Ferrand, lo scandalo che sta mettendo in discussione la posizione del ministro per la coesione territoriale;

–Secondo il New Statesman il discorso con cui Emmanuel Macron ha reagito all’annuncio di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dalla Cop21 è quello che tutti noi attendevamo da un giovane leader progressista. Però potrebbe non essere il miglior modo di trattare con Trump, e quindi essere controproducente;

–La lunga intervista concessa da Vladimir Putin al Figaro, il giorno dopo l’convegno di Versailles. Vale l’abbonamento, così come vale l’abbonamento il racconto di come si prepara un’intervista del genere;

-La cronaca della visita di Pietro il Grande a Parigi nel 1917, in un bellissimo articolo scritto dal Monde Diplomatique nel 1959, alla vigilia della visita di Chruščёv.